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L’Europa, il Fiscal Compact, gli sbuffi acidi di Bruxelles e cosa può fare l’Italia

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Il commento di Gianfranco Polillo, già sottosegretario all’Economia, sugli sbuffi di Bruxelles, le anomalie del Fiscal Compact e le proposte di Tajani sull’Ue

C’è un aspetto dell’intervista di Antonio Tajani al Corriere della sera che merita attenzione. Mettiamo tra parentesi le riflessioni di carattere politico e concentriamoci sui rapporti con l’Europa. Sostiene il presidente del Parlamento europeo: “Pensiamo che serva un governo che faccia contare il nostro Paese in Europa, forte ed autorevole. Per essere chiari su un punto decisivo: per cambiare i Trattati, come si vorrebbe, non basta una dichiarazione, serve convincere 26-27 Paesi. Bisognerebbe saperlo…”. Difficile dargli torto. Il problema è capire innanzitutto se questa sia una prospettiva realistica.

Quando Mario Draghi varò il quantitative easing, molti esponenti del board della Bce erano contrari. Soprattutto Jens Weidmann, il potente governatore della Bundesbank. La sua opposizione era motivata da considerazioni diverse: il timore ancestrale che l’eccesso di liquidità potesse rilanciare l’inflazione e consentire ai Paesi più esposti, come l’Italia e la Grecia, di ritardare ulteriormente il necessario processo di aggiustamento. Sullo sfondo il timore di una nuova Grecia, che avrebbe costretto ad interventi di salvaguardia a spese del contribuente tedesco. Infine l’idiosincrasia per una banca centrale (la stessa Bce) costretta ad acquistare i titoli del debito sovrano dei singoli Stati, operando al limite del proprio statuto.

C’era poi un aspetto più pratico. Tassi di interessi troppo bassi, divenuti tali in conseguenza all’abbondante liquidità, destinati a penalizzare oltre misura i risparmiatori. Pericoli destinati a sovrastare – ma il calcolo era errato – i possibili vantaggi. Queste prese di posizione non tenevano conto del fatto che la forza del bund avrebbe richiamato, in Germania, nuovi capitali. Consentendo all’industria tedesca di finanziarsi a tasso più che agevolato. Alla fine Weidmann fu costretto a capitolare. Soprattutto grazie all’intervento di Angela Merkel consapevole che il bilancio tra il dare e l’avere era comunque a favore – come mostra il forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti – dell’economia tedesca.

Il successo di Mario Draghi dimostra, quindi, che l’opera di convinzione invocata dal presidente Tajani può avere il successo che merita. Sempre che si abbiano al proprio arco le frecce necessarie per far breccia su un’ortodossia sempre più disancorata dalla dinamica dei processi reali. Vi può essere un bis per i Trattati? Quello istitutivo del Fiscal compact prevedeva (articolo 16) una verifica preventiva dei risultati raggiunti, dopo cinque anni di sperimentazione. Scadenza indicata: il 2018. Esistono pertanto le condizioni giuridiche per procedere in modo conseguente. Ed individuare le eventuali correzioni.

Forse il limite principale del Fiscal compact è la netta contrapposizione tra il problema della stabilità finanziaria e i sottostanti legami con il quadro macroeconomico. Rottura che nega, in linea di principio, la circolarità che dovrebbe caratterizzare qualsiasi ragionamento di politica economica. Assetti di finanza pubblica ed economia reale dovrebbe comporsi in un quadro di coerenze al fine di massimizzare il benessere collettivo. Risultato che si ottiene solo quando i fattori produttivi sono pienamente utilizzati: impianti che marciano a pieno regime e producono a costi competitivi, disoccupazione solo frizionale, tasso d’inflazione contenuto per garantire, come una sorta di lubrificante, il continuo adattamento dell’offerta al mutare delle condizioni di mercato.

Nel quadro descritto, la finanza pubblica ha un ruolo di stabilizzatore. Serve deficit quando la domanda effettiva è troppo bassa. Si ricorre alla stretta quando, invece, è eccessiva ed è necessario pilotare processi di riconversione produttiva. I sintomi di questo squilibrio possono essere diversi: l’eccesso d’inflazione (aumento dei prezzi) o, al contrario, la deflazione (prezzi che scendono perché la domanda non tira). Ma c’è un dato che segnala, prima di altri, l’insorgere dell’eventuale squilibrio: l’andamento dei conti con l’estero. Il deficit delle partite correnti della bilancia dei pagamenti – come nel caso della Francia – indica un eccesso di domanda rispetto alle capacità concorrenziali del sistema produttivo. Il surplus – come ne caso italiano – l’esatto opposto.

Date queste relazioni basiche, non ha senso prescrivere la stessa ricetta per Paesi che si trovano in posizione opposta, come avviene nel caso del Fiscal compact. E’ pur vero che, in quelle regole, è implicito un correttivo dato dal pareggio del deficit strutturale corretto per l’andamento del ciclo. Ma nel caso di squilibri di natura permanente, i margini concessi non sono sufficienti a determinare un’inversione di tendenza. Basta, allora, tornare alle regole di Maastricht, come da più parti invocato? Purtroppo non è così semplice. Se il potenziale produttivo di un determinato Paese non è in grado di garantire l’equilibrio di lungo periodo, per ragioni di natura strutturale, non basta far leva sulla sola spesa pubblica.

E’ necessario che i margini concessi dal surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti sia utilizzato esclusivamente per ridurre l’eventuale gap. Ecco allora il tema della golden rule, da sempre reclamato dalla Gran Bretagna, prima della Brexit. Vale a dire: maggiori investimenti e riduzione del carico fiscale. Quei maggiori margini che un governo “forte ed autorevole”, per richiamare le parole di Antonio Tajani, potrebbe reclamare.

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