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Quando gli scienziati si professano a favore di concetti religiosi

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L’analisi di Filippo Onoranti, blogger di Start Magazine

 

Dio esiste. Dio non esiste. Come possono essere entrambe false queste due affermazioni opposte? La logica su cui si fonda, nemmeno troppo alla lontana, l’architettura della scienza ammette due sole opzioni (dette valori di verità), vero o falso terzium non datur.

Il problema non è tanto “Dio” o “dio”, quanto l’esistenza. La storia del pensiero e della scienza occidentali si sono posti la questione per oltre due millenni, e per quanto una soluzione al problema paia ancora sfuggire alla salda presa che tanto bramiamo, almeno si possono individuare con chiarezza i campi base ai quali siamo approdati: il realismo, da Platone a Kant, passando non a caso per le grandi religioni monoteiste – cristianesimo in testa – che in sintesi è a posizione entro la quale si giudicano gli universali come reali. È il regno dove i sogni dei matematici diventano leggi, dove viene meno lo scarto tra ideale e reale. Vi è poi il nominalismo, sotteso ai relativismi e agli scetticismi di ogni epoca e che ritiene realmente esistenti solo gli individui.

La scienza – come la conosciamo oggi e che chiamiamo arrogantemente scienza moderna, come se questo fosse un marchio di garanzia – nasce con l’uomo stesso, ma diviene maggiorenne col rito di passaggio segnato in Occidente dalla famigerata vicenda galileiana, e per le conseguenze di quella entra in conflitto con un altro aspetto della cultura umana: la religiosità. Pertanto appare spesso paradossale che scienziati si professino in favore di concetti religiosi, o quando un religioso si interessa autenticamente di questione scientifiche suscita meraviglia, stupore e talvolta sospetto.

dio scienzaQuello che spesso si dimentica nella zuffa tra bibbie e telescopi, è che entrambe le prospettive per il fatto di avere come argomento i generi e le specie, se ambiscono sinceramente alla verità per come la concepiscono, non possono che concepire ciò di cui parlano e sui cui concentrano i loro sforzi come enti reali (in termini noiosamente accurati: sono entrambe logiche – almeno – del secondo ordine). Questo ha una conseguenza, fondamentale in realtà, ratificata dai teoremi di Godel e di Skolem: ciò che possiamo conoscere è molto più di quanto possiamo dimostrare.
Quando personalità di spicco come Michio Kaku proclamano che “siamo in un mondo fatto da regole create da un’intelligenza, non molto diversa da un gioco per computer” [corsivo nostro].

Giudicare il mondo “fatto da regole” è infatti un errore che, prendendo a prestito un linguaggio marxiano, potrebbe essere definito come una inversione dei rapporti di predicazione. Non infatti il mondo è fatto da regole, quanto piuttosto le regole sono un prodotto del mondo. Il rilevamento tramite l’esperienza (e dunque a posteriori) della mancata autoconsistenza del nostro mondo può certo spingere a pensare ad altri ordini del reale, ma non legittima in alcun modo a dichiararlo vero, poiché la verità per come è fruibile all’uomo, è di questo mondo e dunque non può eluderne i confini. In questo senso dire di Dio\dio che è o che non è, ed eventualmente persino come dovrebbe essere, è una pratica da adottare con prudenza e consapevolezza, poiché gli assoluti non appartengono a questo mondo in costante divenire, e per quanto appaia possibile e finanche plausibile che in questo torrenziale mutamento si individuino direzioni o piccole oasi di stabilità, è costitutivamente impossibile svuotare un mare nel quale si è immersi.

Allora lo scetticismo, sterile per sua stessa volontà, può diventare fecondo quando affiancato all’esuberante desiderio di assoluto e di certezza che l’uomo esprime nella fede e nella scienza (una fede più affidabile quando si tratta di questioni materiali). Ricordiamo allora le sofferte e profonde parole del filosofo di Recanati: “[…] non solo il dubbio giova a scoprire il vero, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita sa, e sa il più che si possa sapere”, un ammonimento che riecheggia tanto gli ammonimenti biblici all’umiltà, quanto lo scientismo di Popper: “Ogni qualvolta una teoria ti sembra l’unica possibile, prendilo come un segno che non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere”.

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