Innovazione

Telespazio, Egeos e non solo. C’era una volta la Tiburtina Valley (Virginia Raggi lo sa?)

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L’articolo di Augusto Bisegna dalla Tiburtina Vallery: un piccolo inferno di buche, cespugli ribelli, marciapiedi sfasciati e acquitrini che invadono il corso stradale: una situazione al limite. Come quello davanti alla Telespazio, l’azienda del Tecnopolo tiburtino che a Roma ha la sede amministrativa

 

La scorsa settimana a “Piazza Pulita” Virginia Raggi ha giustificato il degrado in cui versa Roma ricorrendo al repertorio classico del grillismo: l’incapacità delle giunte precedenti e, ça va sans dire, la corruzione, quest’ultima ovviamente simboleggiata dall”idra dalle mille teste di Mafia Capitale, il grande alibi che tutto giustifica e condona.

Per il resto tutto bene. Il manto erboso delle ville comunali somiglia più a quello della savana africana che a quello di Hyde Park? Le gare – europee, perbacco – sono in corso, pazientate e vedrete, wait ad see, e poi Cantone dice che sulla trasparenza siamo i primi della classe. Gli autobus prendono fuoco come cerini? Presto ne avremo di nuovi a centinaia, ma non grazie al governo Gentiloni e al perfido Calenda, che hanno cercato di strozzare in culla la rivoluzione pentastellata negandole i finanziamenti promessi, ma alla parsimonia con la quale la sindaca ha messo riparo alle scelleratezze finanziarie dei predecessori risparmiando come Pollicino, un euro sull’altro, i fondi necessari a dotare la Capitale di trasporti all’altezza della sua gloria eterna. Make Atac Great Again, Virginia, coraggio.

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Sarà, ma qualcosa non torna. Per rendersene conto è meglio però uscire dalla bolla mediatica e farsi un giro per le strade di Roma. Una bella passeggiata sulla Tiburtina, per esempio.

La vecchia strada consolare pensata dai romani per collegare l’urbe con l’Adriatico si è trasformata da tempo nell’arteria principale della “Silicon Valley” romana. Una Silicon Valley un po’ ruspante, certo, ma nella quale si sono accasate comunque alcune delle principali aziende tech italiane, anche se nel frattempo più d’una s’è data alla fuga.

Ogni mattina migliaia di lavoratori prendono la linea B della metro e percorrono la Tiburtina per raggiungere le loro sedi lavorative. Lo scenario che attraversano lavoratori e pendolari esasperati non è certo quello di Menlo Park e Mountain View, l’Eden californiano di Facebook e Google, ma nemmeno quello di Milano (senza andare troppo lontano).

Un piccolo inferno di buche, cespugli ribelli, marciapiedi sfasciati e acquitrini che invadono il corso stradale: una situazione al limite. Come quello davanti alla Telespazio, l’azienda del Tecnopolo tiburtino che a Roma ha la sede amministrativa (oltre 500 dipendenti a cui si sommano 150 di EGeos), fiore all’occhiello delle telecomunicazioni del Paese grazie al sito spaziale localizzato in Abruzzo nel Fucino (provincia dell’Aquila), che permette a milioni di cittadini italiani ed europei di godere dei servizi satellitari (oltre che di difesa, meteo ecc).

Il cantiere del raddoppio della Tiburtina è stato varato nel 2003, quando lì c’erano ancora tante delle grandi aziende che costituivano la ‘Tiburtina Valley’, che negli anni 90, grazie principalmente agli investimenti dell’aerospazio, aveva illuso Roma di avere un suo polo dell’innovazione. Oggi quella illusione va rilanciata con un’idea alta e di visione, completando al più presto i lavori per ridare a Roma una prospettiva di sviluppo.

Per questo Cgil, Cisl e Uil di Roma e Lazio, i sindacati di categoria insieme alla CC.II.AA e CNA di Roma, al Tecnopolo di Roma, Unindustria, Associazioni del territorio e comitati di quartiere, hanno indetto un’assemblea pubblica presso il Tecnopolo Tiburtino, in via Ardito Desio 60 a Roma per chiedere la ripresa e il completamento immediato dei lavori e nel contempo l’ordinaria manutenzione. Ne vale, oltre che dell’immagine della Capitale, della permanenza di quel tessuto di imprese che hanno la loro base amministrativa e produttiva nella capitale e che oggi, per stare sul mercato, avrebbero bisogno di una città efficiente e a misura d’impresa.

Ci sono molte città che sono pronte ad ospitarle offrendo servizi efficienti – Milano è il caso esemplare – a cominciare da una dotazione infrastrutturale avanzata sia sul piano fisico che digitale. Se a Roma non si interverrà subito per colmare il gap in breve tempo il prezzo da pagare potrebbe rivelarsi insostenibile.

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