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Robot

In Italia ci sono 3,2 milioni di persone che rischiano di perdere il proprio posto di lavoro a causa dell’automazione. Ma c’è chi pensa ad una legge per arginare le conseguenze

 

I robot entrano nelle nostre case e nelle nostre aziende, cambiano le nostre abitudini e migliorano alcuni aspetti della nostra vita. Siamo ancora all’inizio di questa avanzata, ma già si delineano le prime preoccupazioni. Numerosi sono gli studi che mettono in guardia l’uomo sul futuro dell’occupazione.

Anche in Italia i robot sostituiranno l’uomo: secondo la ricerca “Adp 5.0: come la digitalizzazione e l’automazione cambiano il modo di lavorare” condotta da The European House – Ambrosetti, per conto della costola italiana della multinazionale americana Adp, leader mondiale in ambito Human Capital Management, 3,2 milioni di persone rischiano di perdere il proprio posto di lavoro a causa della tecnologia.

La situazione attuale

robotPrima di pensare a quello che potrebbe essere, partiamo dai numeri attuali. Nonostante l’Italia digitale faccia fatica a decollare, dal punto di vista industriale non sembra andare così male: in media 160 robot industriali ogni 10.000 dipendenti nella industria manifatturiera rispetto ai 150 della Spagna e ai 127 della Francia.

3,2 milioni di posti a rischio automazione

A causa dell’automazione, poi, in Italia la percentuale di occupati a rischio è pari al 14,9%, ovvero 3,2 milioni di persone. E tra i settori in cui i robot potrebbero meglio sostituire l’uomo ci sono agricoltura e pesca (25%), commercio (20%) e l’industria manifatturiera (19%).

Nuove competenze e nuovi ruoli

E ancora. I dati raccolti da Adp Italia, mettono in guardi anche sulle competenze. Non sarà semplice, infatti, trasferire le competenze digital ai lavoratori più senior: se la mancanza non verrà colmata, vi è la possibilità che “la domanda di nuovi profili resti insoddisfatta”, con un numero di posti vacanti in Ict in Italia che potrebbe “passare dai 33mila del 2015 ai 135mila nel 2020, il che significa una crescita del 309%”.

Insomma, l’automazione costringe aziende e manager anche ad un ripensamento di ruoli e responsabilità.

Dall’industria 4.0 all’industria 5.0

Robot e automazione fanno parte di un processo di rivoluzione industriale che ha portato alla nascita dell’Industria 4.0: il cui mercato, a fine 2016, in Italia ha raggiunto il valore di 1,83 miliardi di euro, con un + 18,2% rispetto all’anno precedente.

La proposta di Legge per tassare i robot

Maker Faire Rome robotOreste Pastorelli, deputato Psi, è il primo firmatario di una proposta di legge che intende tassare i robot. A sostenere la proposta che le parlamentari Pia Locatelli e Michela Marzano.

La proposta mira ad intervenire a livello fiscale sulle aziende che scelgono l’automazione. In pratica, il deputato chiede di intervenire sull’imposta sul reddito della società (Ires), aumentando di un punto percentuale l’aliquota nel caso in cui l’attività produttiva sia realizzata e gestita direttamente da macchine intelligenti.

Non è previsto alcun aumento, invece, nel caso in cui l’azienda investisse lo 0,5% dei propri ricavi in progetti di welfare aziendale, ovvero in progetti di riqualificazione professionali dei propri lavoratori dipendenti.

“Le finalità che vogliamo perseguire con questa proposta di legge è disincentivare il brutale rimpiazzo di forza lavoro umana con forza lavoro robotica. Allo stesso tempo l’intenzione è quella di incentivare le aziende allo sviluppo della propria forza lavoro umana e, al contempo, di dotare i lavoratori di conoscenze e abilità tali da garantire loro un posto in un mercato del lavoro sempre più particolare e complesso”, spiega Pastorelli.

A supportare il pensiero del deputato Psi  anche Stefano Micelli, docente di International management all’Università Ca’ Foscari di Venezia: “Il dibattito sulla tassazione dei robot potrebbe apparire, in Italia e nel mondo, come una novità assoluta. Ma a guardare bene, anche a costo di semplificare un po’ dovremmo riconoscere che si ispira a un principio a cui nel tempo ci siamo abituati e di cui riconosciamo l’utilità. Ad esempio nel campo dell’ambiente, dove ormai consideriamo normale che un’azienda che ha abbattuto 10 alberi per proprie esigenze produttive debba assumere l’impegno di ripiantarne altrettanti per non danneggiare la qualità della vita della comunità. Ecco, in linea generale è comprensibile che per l’utilizzo dei robot possa valere lo stesso principio ‘compensativo’ rispetto ai posti di lavoro per umani che le nuove tecnologie potrebbero far scomparire”, avrebbe dichiarato in passato il professore.

Tra i contrari alla proposta dovrebbe esserci, invece,  Milena Gabanelli. “A mio parere vale la pena di discuterne, magari partendo da un assunto: la robotica si produce perché crea valore. Se un’azienda sostituisce 50 dipendenti con i robot, avrà più utili, e su quelli dovrà pagare le tasse. Va anche considerato che risparmiando sul costo del lavoro, i prodotti o i servizi saranno venduti a un prezzo più basso, con vantaggio per tutti. Quindi la domanda è: bisogna tassare la ricchezza, o la tecnologia per produrla? Se negli anni Ottanta si fosse pensato di tassare i pc e i relativi software, che hanno cancellato dalla faccia della terra milioni di impiegati, lo sviluppo informatico sarebbe stato rallentato, e la Microsoft di Bill Gates probabilmente non sarebbe quella che è oggi. Anche allora c’erano gli stessi timori, ma a distanza di anni si è visto che, essendosi creata la necessità di nuove competenze, i nuovi posti di lavoro hanno superato quelli perduti. Chi dice che per i robot la storia dovrebbe essere diversa non ha però nessun dato a supporto, essendo un nuovo fenomeno. Oggi, quindi, apparentemente il moltiplicatore è negativo, ma non c’è un solo posto al mondo dove 20 anni fa hanno installato nelle aziende i robot e oggi sono pieni di disoccupati”, ha sostenuto nei mesi scorsi, sulle pagine del Corriere della Sera, la giornalista e conduttrice italiana, Milena Gabanelli. “L’applicazione della robotica alla bassa manovalanza, ai lavori usuranti e pericolosi, è e sarà una benedizione. Come lo sarà quella «di servizio» nell’assistenza a persone anziane e disabili ad alzarsi dal letto e camminare, ma mai potrà sostituire la badante. L’intelligenza artificiale non eliminerà completamente i diversi tipi di lavoro, ma permetterà ai dipendenti di svolgerli in modo più efficiente, portando a un numero sempre minore di personale necessario”.

Robot a lavoro: i numeri globali

robotGli automi sono già entrati nelle fabbriche e negli uffici di tutto il mondo. Almeno secondo un rapporto dell’International Federation of Robotics, secondo cui sono già operativi in tutto il mondo oltre 1,5 milioni di robot industriali. E il numero è destinato almeno a raddoppiare entro il 2025.

Facendo riferimento agli Stati Uniti, a sfruttare le potenzialità dei robot è soprattutto il settore dell’auto, che sfrutta il 39% dei robot industriali utilizzati negli Stati Uniti. I dati del 2014 danno un rapporto di 117,7 robot ogni mille lavoratori. Segue a distanza il settore dell’elettronica da consumo (13,1 robot ogni mille lavoratori) e le industrie chimica e metallurgica (rispettivamente 9,9 e 8,3 robot per lavoratore). L’automazione è invece pressoché inesistente nei comparti cartiero e tessile.

Le previsioni

E’ l’ultimo rapporto del McKinsey Global Institute a darci un’idea di quello che potrebeb accadere in futuro. In uno studio approfondito sugli effetti dei robot, la società di ricerca ha tracciato e analizzato gli anni a venire di 2000 singole attività (per intenderci, non fa riferimento alla categoria agricoltore, ma parla di “addetto alle macchine agricole”, di “tornitore”, etc).

La ricerca dimostra che ben il 49% delle attività (che producono salari complessivi per annui per 15.8 miliardi di dollari), grazie alle attuali tecnologie, potrebbe essere svolto dai robot. Meno del 5% del totale professioni potrà essere completamente automatizzato e nel 60% dei lavori, il 30% delle attività potranno essere svolte automaticamente da robot.

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