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Amazon

Per Agcom, Amazon svolge servizio postale, ma non ne ha titolo e diritto

 

Amazon nel mirino di Agcom: il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha diffidato la società di e-commerce “a regolarizzare la propria posizione, con riferimento al possesso dei titoli abilitativi necessari per lo svolgimento di attività qualificabili come servizi postali”. Titoli, che oltre a diritti, darebbero vita anche ad importanti doveri per l’azienda, tra i quali l’essere in regola con le disposizioni in materia di condizioni di lavoro vigenti nel settore postale, previste dalla legislazione nazionale e dalle contrattazioni collettive di lavoro, o l’essere in regola con gli obblighi contributivi per il personale dipendente impiegato e l’adozione della carta dei servizi nei confronti degli utenti.

amazonPer Agcom, infatti, il servizio di recapito ai destinatari dei prodotti acquistati sul c.d. marketplace, “è offerto e gestito sul territorio nazionale da società riconducibili ad Amazon EU S.R.L”. Tale servizio, secondo il giudizio dell’Autorità, al pari di quelli svolti dai principali corrieri espresso utilizzati da Amazon, è qualificabile come servizio postale, in base alla normativa di settore (nazionale e dell’Unione europea).

In particolare, secondo quanto rilevato da Agcom,“è attività postale il servizio di consegna che ha ad oggetto prodotti offerti direttamente dai venditori e recapitati ai clienti finali attraverso società controllate da Amazon, nonché il servizio di recapito presso gli armadietti automatizzati (c.d. locker) svolto da società del Gruppo Amazon”.

Il termine per l’ottemperanza alla diffida dell’Autorità è stato fissato in quindici giorni dalla ricezione dell’atto.

Questo non è certo il primo grattacapo per il gruppo di e-commerce.  Il colosso finisce sotto la morsa dell’Antitrust Europeo per la questione del tax ruling, ovvero dei vantaggi fiscali concessi da una nazione ad una società straniera.

Il Lussemburgo, secondo le indagini della Commissione Antitrust Ue avviate ad ottobre 2014, avrebbe concesso vantaggi fiscali per 250 milioni di euro alla società. Ed ora, il Granducato è chiamato a recuperare questa somma.

Secondo i calcoli di Bruxelles, “tre quarti dei suoi profitti non sono stati tassati” grazie ad un accordo fiscale stretto nel 2003 e prolungato nel 2011, ha spiegato la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager: il Lussemburgo ha consentito ad Amazon di pagare “quattro volte in meno di tasse rispetto ad altre società” residenti nel Paese, “senza alcuna giustificazione valida”.

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