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Come il Fintech cambierà il nostro rapporto con le banche

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Le aziende della finanza tecnologica stanno svolgendo un ruolo significativo nello scuotere dalle fondamenta i profitti delle grandi banche. Il ruolo della smartphone banking e l’esempio di Orange

In un futuro non troppo lontano arriverà, molto probabilmente, un momento in cui cesseremo di interagire con le banche così come la conosciamo. Gli istituti di credito sono sempre stati, infatti, organizzazioni “monolitiche” in grado di creare prodotti finanziari, venderli direttamente e accaparrarsi clienti. Ma con l’avvento delle nuove aziende del Fintech, stanno sempre più cedendo il passo a un tipo di impresa totalmente nuova. Per ora regolamenti e rigide normative di compliance su antiriciclaggio e antiterrorismo consentono alle vecchie banche di continuare ad operare ma è innegabile che il loro potere stia diminuendo. Vi è un’elevata probabilità che alcune attività principali degli istituti tradizionali come i prestiti o i depositi, subiscano delle modifiche mentre altre attività ad alto reddito come le gestioni patrimoniali siano influenzate pesatamente.

Le imprese tlc entrano nel settore finanziario in Francia

Un esempio di azienda che potrebbe cambiare il volto del settore bancario può essere rappresentata da Orange, uno dei più importanti operatori delle telecomunicazioni francese che sta tentando l’audace colpo di entrare nel settore bancario tradizionale e sfidare gli istituti storici. Qualche settimana fa ha lanciato Orange Bank con l’intenzione di attrarre 2 milioni di clienti e scuotere lo statico mondo della finanza francese. La premessa è semplice: il passaggio ormai consolidato verso lo smartphone banking dovrebbe mettere gli operatori di telecomunicazioni, i produttori di telefoni cellulari e i grandi gruppi tecnologici in una posizione di forza per scavalcare le banche tradizionali. E una spinta potrebbe arrivare, almeno in Europa, dal cambiamento legislativo operato con l’entrata in vigore della Psd2, la nuova direttiva sui servizi di pagamento che potrebbe fornire uno stimolo rivoluzionario per il consumer banking a gravitare verso i consumer brand preferiti.

Orange Bank infrange le barriere e si dirige verso i 200 mila clienti

Uno dei lasciti più sorprendenti del tracollo finanziario del 2008 è il mantenimento del rapporto tra banche e clienti nonostante la caduta reputazionale determinata da crisi, scandali e cattivi servizi. Il valore dei brand bancari è calato mentre alcuni gruppi tecnologici asiatici come Alibaba e Tencent hanno sfruttato l’insoddisfazione per la finanza tradizionale, accumulando grandi quote di mercato. In confronto, le incursioni effettuate nei servizi finanziari da parte dei Big Tech made in Usa sono limitate: Google, Apple e Facebook sono passati ai pagamenti. Amazon ha una fiorente attività di prestiti alle PMI. Ma finora nessuno di loro ha utilizzato la popolarità del proprio marchio come piattaforma di lancio nel settore bancario vero e proprio.

L’opinione comune più diffusa è che il muro delle esigenze normative che le banche hanno dovuto affrontare in seguito alla crisi sarà sufficiente a dissuadere le imprese tecnologiche da un’aggressione massiccia nei confronti del settore bancario anche per il futuro. Inoltre i profitti non sarebbero così attraenti: il rendimento del capitale azionario di Apple, infatti, è costantemente superiore al 30 per cento, rispetto a quello tipico di una banca che si aggira attorno al 5-10 per cento. Nonostante ciò è in atto una erosione della value chain da parte delle imprese dell’hi-tech nei confronti delle banche. Orange è la prima ad aver infranto le barriere e i segnali di successo sono lì a testimoniarlo: se il tasso di accumulo dei clienti dei primi 10 giorni venisse mantenuto, il prossimo novembre avrebbe già 200mila clienti e si dirigerebbe verso l’obiettivo dei 2 milioni prima di aver ampliato la sua gamma di prodotti finanziari. I crediti al consumo e le assicurazioni si aggiungeranno quest’anno ai servizi di pagamento e al risparmio. Le ipoteche seguiranno in una fase successiva. Orange Bank, insomma, ha le carte in regola per sconvolgere il settore “con un marchio forte e 28 milioni di clienti mobili”, hanno scritto gli analisti di UBS in una nota.

Il marchio di Orange ha già scalato posizioni nella top 100. E la Psd2…

L’ossessione per gli smartphone ha aiutato Orange a raggiungere il 62esimo posto nell’ultima classifica di Brandz, un sito che si occupa di quantificare il gradimenti dei marchi,  molto dietro Apple o Facebook, ma comunque prima di qualsiasi banca francese, non presenti nella top 100. Per Orange, questo riguarda principalmente la fidelizzazione dei clienti: la seconda direttiva Ue sui servizi di pagamento (PSD2), l’architettura trasparente e la maggiore concorrenza che essa dovrebbe promuovere dovrebbe scardinare, inoltre, le relazioni tradizionalmente a lungo termine tra banche e clienti. Trasformare i clienti in utenti combinati di telefonia e banche attraverso incentivi finanziari e altri mezzi dovrebbe aiutare Orange a cementarli anche nel lungo termine. Inoltre, i dati di spesa combinati relativi alla localizzazione (telefono) e alla spesa (banca) li aiuteranno a vendere altri prodotti in modo efficace. Grazie alle operazioni di pagamento esistenti in Africa, nel 2018 le attività bancarie della compagnia francese dovrebbero generare un fatturato di 400 milioni di euro, anche se si prevede che saranno in perdita per almeno cinque anni. Il trasferimento di Orange nel settore bancario non si fonda dunque su una logica economica all’avanguardia che altri operatori tecnologici e di telecomunicazioni vorranno copiare. Ma se riuscirà a spezzare la consuetudine, potrà stabilire un nuovo modello di disruption a lungo termine. Da esportare altrove, anche in Italia.

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