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Fintech

Per il direttore generale di Abi, Giovanni Sabatini, il mondo digitale rappresenta anche una sfida culturale. Per questo è necessario investire in educazione finanziaria introducendo il tema della consapevolezza degli utenti

 

Il Fintech è “l’utilizzo di tecnologia finanziaria” con un impatto “sul modello di business, sui prodotti e sul modello di servizio alla clientela”. In sintesi, “i nuovi soggetti” che si occupano di “tecnofinanza” intervengono attraverso la tecnologia “nel processo convenzionale di erogazione del credito”. Lo ha detto il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini durante l’audizione in commissione Finanze della Camera nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulle tematiche relative all’impatto della tecnologia finanziaria sul settore finanziario, creditizio e assicurativo. “In questo processo – ha aggiunto il direttore generale dell’Abi – le Fintech possono intervenire in due modi: o offrire alla banca nuovi modelli per gestire la fase di istruttoria ed efficientare quello che è il cuore dell’attività bancaria e cioè la valutazione del merito di credito, il processo di trasformazione delle scadenze nella raccolta del risparmio e l’erogazione di credito”. Oppure, “sostituire la banca nel processo di raccolta della domanda di finanziamento fino all’erogazione”.

I due modelli di relazione tra banche e Fintech

“Secondo una rilevazione di fine 2017 della piattaforma Medici, che ha censito quasi 10mila soggetti operanti nel settore Fintech, i modelli più comuni operano nel settore dei pagamenti, anche se c‘è un’ampia gamma di attività coperte da questi soggetti nei settori assicurativi, Blockchain e criptovalute – ha ammesso Sabatini -. Andando a vedere qual è il rapporto tra banche e mondo Fintech, i dati di una nostra ricerca tra le principali banche italiane sulle priorità di sviluppo del business mostrano che più del 60% degli istituti considera una priorità lo sviluppo di relazioni con aziende Fintech. C’è quindi una forte attenzione del settore bancario alla cooperazione con queste nuove entità. In Italia abbiamo censito 136 soggetti che svolgono attività in questo ambito ed è interessante notare che ad oggi, il numero di Fintech maggiore, opera nell’ambito delle piattaforme per la raccolta fondi, poi nei pagamenti e infine in altre tipologie di prestatori di servizi”.

Le fonti di finanziamento delle Fintech

“Se andiamo a vedere le fonti di finanziamento di questi soggetti, vediamo che in realtà solo il 15% delle società Fintech ha ricevuto finanziamenti in capitale di rischio – ha sottolineato il direttore generale di Abi -. È chiaro che questo modello di società, per le sue caratteristiche di elevata rischiosità, non si presta a forme di finanziamento tradizionale ma a forme di capitale di proprietà offerte da soggetti altamente specializzati, come i business angel e poi a forme quali il private equity, fondi di investimento e così via”. Per questo “le direttrici verso cui si possono muovere le strategie delle banche italiane per individuare forme di investimento o di cooperazione con le start up Fintech sono, ad esempio, quelle della creazione di fondi di investimento dedicati, partnership commerciali, investimenti mirati nel capitale di alcune di queste start up, realizzazione di incubatori e acceleratori, ma anche osservatori internazionali e attività di ricerca e sviluppo di Fintech”.

Il tema non è l’innovazione tecnologica quanto la velocità di cambiamento

“Quando parliamo di servizi finanziari dobbiamo considerare che da sempre questa offerta si coniuga con la tecnologia. Da sempre gli investimenti in innovazione rappresentano una voce importante del portafoglio delle banche. Abbiamo cominciato con i Pos e gli Atm decenni fa, poi si è passati all’online banking e oggi proseguiamo con strumenti più sofisticati – ha ricordato Sabatini -. Ciò che è nuovo oggi, dunque, non è tanto il tema dell’innovazione tecnologica quanto la velocità di cambiamento indotta dalla tecnologia. Quello a cui noi oggi assistiamo è la velocità esponenziale indotta dalla tecnologia che accorcia terribilmente il ciclo di vita di un prodotto o di un servizio. Di fronte a questa accelerazione, le banche si trovano ad affrontare quattro temi nel loro rapporto con il mondo Fintech: innanzitutto quello dell’innovazione cioè della capacità di cogliere le opportunità e ripensare le logiche di servizio al cliente. A questo si aggiunge la capacità di integrarsi in un ecosistema digitale e qui entrano in gioco il quadro normativo e regolamentare. Infine, innovare significa anche capacità di utilizzare al meglio i dati per offrire prodotti e servizi più vicini alle esigenze del cliente” affrontando anche “le sfide di riuscire a valorizzare il patrimonio informativo presente in banca”.

Le banche innovano ma serve un quadro normativo bilanciato

“Le banche spendono circa 4,5 miliardi euro di investimenti in Itc e sulla base di indagini statistiche quasi il 60% degli intervistati vede in crescita gli investimenti nel 2018 – ha ammesso il direttore generale di Abi -. L’innovazione tecnologica deve trovare però un quadro normativo di riferimento in grado di bilanciare le opposte esigenze e cioè da un lato quella di favorire l’innovazione consentendo a tutti i partecipanti del mercato di sfruttare le opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Ma senza far perdere di vista, dall’altro lato, i principi cardine della tutela del cliente, della privacy, della stabilità di affrontare e gestire i rischi garantendo un terreno di competizione livellato tra gli operatori più tradizionali e i soggetti che offrono gli stessi servizi con modalità innovative. Naturalmente tutte le autorità europee e cioè Eba, Comitato di Basilea, Bce, commissione Ue hanno avviato lavori di ricognizione e consultazione per identificare un bilanciamento delle due esigenze. Anche se, secondo uno studio dell’Eba quasi il 40% delle Fintech non è soggetto ad alcun regime regolamentare e all’interno di questo 40% un 8% è situato in un’area grigia difficile anche da identificare. Il che evidenzia l’esistenza di un problema nell’individuare una cornice regolamentare valida per questi soggetti”.

Ad attività uguali un regime regolamentare uguale

Secondo Sabatini il principio guida dovrebbe essere quello che “ad attività uguali corrisponda un regime di regolamentazione uguale o detto in altri termini, a rischi uguali ci siano regole uguali indipendentemente dal nome o dalla classificazione dell’attività che svolge quel soggetto. Il principio è facile da enunciare ma difficile da mettere in pratica. La regolamentazione dovrebbe spostarsi da un approccio basato sui soggetti cioè banche assicurazioni e così via a uno basato sulla regolamentazione per attività cioè erogazione del credito o servizio di pagamento, indipendentemente dalla veste giuridica o dalla connotazione adottata dal soggetto che svolge quella determinata attività. Questo significa – ha aggiunto – garantire un terreno di competizione livellato che ponga tutti i soggetti, sia quelli più tradizionali sia quelli più innovativi, su uno stesso piano. Perché il rischio è che si abbia un settore estremamente regolamentato e uno no, che può portare a forme di arbitraggio con uno spostamento dei rischi” da uno all’altro. A questo aspetta si lega il tema della creazione di habitat “di sperimentazione dove tecnologie, servizi e prodotti possano essere testati, cioè delle sand-box per verificare in un ambiente protetto quali possano essere gli sviluppi di determinati servizi prodotti e tecnologie prima di consentirne l’utilizzo su ampia scala”, ha sostenuto il direttore generale di Abi.

L’educazione finanziaria e la consapevolezza degli utenti

“Il mondo digitale rappresenta anche una sfida culturale. Nell’ambito dello sviluppo del digitale si apre il tema della consapevolezza degli utenti dei servizi. Oggi proprio l’immediatezza e la facilità con cui si può avere accesso e interazione con fornitori di prodotti e servizi finanziari richiede una maggiore educazione finanziaria e una maggiore consapevolezza – ha precisato Sabatini -. Dal punto di vista delle banche c’è un tema di cambiamento culturale: il cambiamento del modello di business per l’adozione di nuove tecnologie modifica il modello della banca tradizionale, sviluppa nuove competenze facendo nascere esigenze di adeguare le professionalità all’interno della banca”. Serve quindi “un cambiamento culturale che consenta di essere più vicini non solo alla tecnologia ma anche ai nuovi bisogni di una clientela molto più evoluta, che ha una maggiore capacità di avere informazioni – ha detto il rappresentante di Abi -. Ovviamente come in tutti i settori tecnologici, specialmente con questa velocità di cambiamento, bisogna investire in ricerca e sviluppo. Senza trascurare la necessità di creare le condizioni per facilitare la transizione a modelli di banca digitale. Per esempio, più volte abbiamo rappresentato alle autorità di regolamentazione e alla commissione come ci sia una penalizzazione degli investimenti in tecnologia che potrebbero godere, al contrario, di qualche forma di assorbimento di capitale per facilitare la transizione”. Per Sabatini il modello da seguire potrebbe essere quello di Industria 4.0 che dovrebbe essere “ampliato e aperto anche al mondo dei servizi” all’interno della “logica di promuovere un intero ecosistema che non escluda alcuni settori dai processi di innovazione. È chiaro – ha puntualizzato – che queste valutazioni richiedono una forte convergenza delle azioni delle autorità coinvolte, dei legislatori e anche del settore privato per aiutare a definire il perimetro normativo, dando certezza e allo stesso tempo protezione all’innovazione, alla tutela del copyright, evitando arbitraggi normativi e individuando le responsabilità di ciascuno. Questo purtroppo non sempre è stato fatto. Un tema aperto, in tal senso – ha ammesso Sabatini -, è quello della Psd2 dove l’interazione tra fornitori di servizi di pagamento e terze parti cioè i soggetti del Fintech che offrono accesso la servizio di pagamento, ancora vede delle aree di criticità”.

Il Bitcoin preoccupa, non la Dlt che ha sviluppi interessanti

“Quello che stiamo osservando sul Bitcoin non può che destare preoccupazioni: stiamo vedendo una crescita delle quotazioni di una ‘chiamiamola valuta’, perché mi chiedo se con una simile volatilità la si possa definire uno strumento di pagamento. Si parla di questi oggetti come forme di investimento. Ma anche qui ho delle preoccupazioni sul fatto che si tratti di un mercato opaco e non regolato dove la formazione delle bolle è sicuramente possibile. Per non parlare di antiriciclaggio e finanziamento al terrorismo. Ci sono, insomma, delle criticità che vanno affrontate queste sì a livello internazionale con uno sforzo coordinato in primo luogo del Financial stabilty board. Non si deve però confondere con i Bitcoin la tecnologia sottostante, la Dlt che invece presenta sviluppi interessanti”, ha concluso Sabatini.

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