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Eni, Saipem 12000, Libia e non solo. Dov’è finita la politica estera in questa campagna elettorale?

di

Libia

Il post di Emanuele Rossi, blogger di Start Magazine, su come e quanto la politica estera non è stata al centro della campagna elettorale

Pochi giorni fa, Nathalie Tocci, direttrice del think tank IAI, si trovava a moderare un interessante dibattito promosso dall’European Council on Foreign Relations insieme ai colleghi omologhi dell’Ispi, e dell’Ecfr appunto, su un tema teoricamente centrale per la politica di un paese: gli affari esteri. Al primo intervento, il rappresentante (non di punta) della Lega s’è trovato a difendere la posizione critica del suo partito rispetto all’Europa, ed ha iniziato col dire che era lui l’unico membro della coalizione di centro-destra: a quel punto, Tocci, ha preso il microfono e ha sottolineato con dispiacere che nonostante i ripetuti inviti, nessuno da quel lato dello schieramento politico-elettorale, aveva accettato la partecipazione al panel (organizzato dai due più importanti pensatoi italiani e da quello europeo, e dunque un palcoscenico effettivamente invitante), “e forse – ha detto la presidente dello IAI – è anche un piccolo segnale di quanto poco conta la politica estera in questa campagna elettorale”; e, allargando, per questi partiti.

È di fatto così, inutile negarlo: i temi di politica esteri sono affrontati con stanchezza, riguardano per buona parte l’Europa, giustamente, ma sono sostenuti dai classici slogan; notabile un aspetto: nessuno, almeno pubblicamente, pensa più ormai a una qualche forma di uscita, per lungo tempo claim elettorale di partiti come la Lega, appunto, o il Movimento 5 Stelle, che però su questo argomento sono in contrazione. E nemmeno il Partito democratico, che può contare su un laboratorio di buona caratura come “Mondo Dem”, e su esponenti piuttosto validi come — una su tutti — la capogruppo in Commissione Esteri alla Camera, Lia Quartapelle, sembra aver troppa convinzione nell’affrontare l’argomento. Poi, certo, ci sono le stramberie, le uscite sghembe come quelle di Viola Carofalo, leader della lista di sinistra estrema “Potere al Popolo”, che in un intervista concessa a un giornale argentino ha dichiarato che l’America Latina è la rotta che segue il suo partito, “Specialmente l’esperienza venezuelana, si può considerare come la nostra ispirazione”, aggiungendo che il ragionamento va al di là del risultato (ossia quello che ha fatto del Venezuela uno stato antidemocratico sull’orlo del lastrico, che però deve aver qualche fascino particolare, visto che tempo fa anche il M5S ne era particolarmente attratto).

Eppure, motivi per interessarsi al tema, immenso, degli Esteri, ci sarebbero. Giorni fa, per esempio, il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda (uno che in questi stessi giorni si sta spendendo personalmente per la vicenda della Embraco, che è, tra l’altro, già di per sé affare legato a dinamiche estere), ha messo la situazione nero su bianco in uno dei suoi innumerevoli tweet (stiamo parlando indubbiamente del ministro più assiduo di Twitter della storia della Repubblica, già un riferimento per il genere), usando gli incontrovertibili numeri di un report dell’Istat: nel 2017 l’export italiano è cresciuto del 7,4 per cento; ossia, più della Germania e quasi il doppio rispetto alla Francia, le due grandi contendenti italiane al ruolo di guida del meccanismo europeo. “Esportiamo 448 mld di beni. Saldo commerciale di 47,5 mld, secondo più alto di sempre”, scrive Calenda (“mld” sta per miliardi di euro).

Dunque, le questioni che riguardano gli altri paesi, dove magari vanno i nostri prodotti, o dove devono passare per arrivare a destinazione, sono argomento interessante, perché – quanto meno – sono un elemento vitale per le nostre aziende. C’è di più, ci sono le famose questioni strategiche. Un esempio? La vicenda della “Saipem 12000”, la piattaforma che l’Eni ha noleggiato per perforare aree intorno a Cipro ricche di gas naturale, finita in mezzo a una bega regionale dove la Turchia gioca, al solito, un’azione prepotente e dove l’Italia è sembrata impreparata a gestire la situazione (la nave della più importante è strategiche delle aziende italiane è stata costretta a far retromarcia davanti alle pressione del despota che siede al palazzo presidenziale di Ankara, per capirci). O ancora: le politiche di stabilizzazione del Sahel, delle rotte dei migranti – quelli sì, questione da stadio da urlare in campagna elettorale: ma come è possibile risolvere “il problema immigrazione”, come dicono ormai tutti i fronti politici inseguendo la massa, se non si sa dove andare a risolverla la questione della gestione dei flussi? (In Europa? In Africa? In mezzo al mare?). E allora, che ruolo giocherà l’Italia nel Mediterraneo? Cosa farà in Niger? Continuerà la discussa politica libica? E ancora: le missioni internazionali. Il contingente dei Caschi Blu che pattuglia il sud del Libano è guidato dagli italiani, che nel futuro prossimo potrebbero trovarsi immersi in uno scenario di guerra, se il gruppo libanese Hezbollah (per mano dell’Iran) deciderà di scagliarsi ancora contro Israele; cosa di cui da tempo i servizi israeliani sono certi (il punto non tanto il se, ma il quando).

O ancora: l’Ucraina. Alle porte dell’Europa c’è un conflitto in corso che vede gli italiani protagonisti di primo piano, visto che la presidenza Osce (l’organismo per la sicurezza europea) spetta e spetterà nel prossimo futuro a Roma. E da qui, sulla Nato? Che posizione hanno le nostre forze politiche su questa alleanza strategica? È di certo un elenco incompleto, scritto d’impeto, che per esempio non cita il ruolo italiano in Asia, le relazioni che il nostro paese costruirà con la Cina, come Roma si integrerà nel percorso di partnership che la comunità europea ha aperto con il Giappone, o ancora, che gioco farà l’Italia all’interno delle dinamiche del Golfo e come si porrà dinanzi ai cambiamenti che arrivano dall’Arabia Saudita. E infine: l’amministrazione Trump, come gestirla? (Anche al netto di quel saldo commerciale crescente, elemento contrastato da Trump con la volontà di imporre nuove politiche commerciali; ed ecco che ci risiamo coi risvolti sull’economia, sul lavoro, sulle tasche degli italiani, per dire). Magari questa può essere considerata una trattazione superficiale, perché il paese ha tante buche per le strade che sono più importanti dell’accordo sul Clima, si dirà: ma su questi temi si sente una certa necessità di confronto e argomentazione — sostanziosa, non per claim — da parte di chi vorrebbe dalla politica una visione, o almeno qualcosa di meglio del tifo da stadio (siamo pur sempre un paese del G7, no? E magari ce la meritiamo una classe dirigente in grado di guardare alle buche e alle stelle).

E invece ci sono partiti che scelgono non solo di non argomentare, ma addirittura di disertare certe occasioni concesse dai migliori luoghi d’analisi del paese: è un segno di malessere. Eppure di cose interessanti da capire, pure da quel lato, ce n’erano diverse: per esempio ancora, la posizione che ha intenzione di prendere Forza Italia, che pochi mesi fa aveva mandato due importanti esponenti del partito a incontrare l’atroce dittatore siriano Bashar el Assad, adesso che il regime di Damasco sta decimando i civili nel quartiere ribelle di Ghouta. O ancora, ci sarebbe da comprendere se, oltre all’amicizia persone con Vladimir Putin (a cui Silvio Berlusconi dice di essersi ispirato per la creazione della “flat tax”), FI proporrà un avvicinamento a Mosca, che i servizi segreti italiani indicano (come tutti gli altri occidentali) come un elemento che mira a destabilizzare le democrazie europee.

Un’ultima cosa: Nature fa notare che durante il dibattito elettorale italiano si sta parlando di scienza e tecnologia soltanto in chiave “anti-scienza” (per esempio i berci degli anti-vaccinisti, categoria che sembra quasi surreale, e invece…). Anche la scienza, la ricerca, sono indice di un paese proiettato nel mondo.

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