Economia

Ecco tutti i vincoli che legano l’Italia su tasse, deficit e debito

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L’analisi di Roberto Sommella, editorialista e saggista

L’Europa ha una doppia velocità se si guarda alla moneta: da una parte chi ha adottato l’euro e il mercato comune, dall’altra chi è entrato solo nel secondo. Ma se guardiamo alla politica, è difficile rinvenire la tanto decantata bilateralità di intenti anche se qualcuno vorrebbe, come il leader del Movimento Cinque Stelle, Luigi Di Maio, sottoporre ai possibili alleati di governo un contratto come quello siglato dai partiti tedeschi, che ha condotto al difficile varo del quarto cancellierato di Angela Merkel. Il paragone è arduo per tre motivi: di politica interna, di dinamiche comunitarie, di debito pubblico. Sul primo fronte, va rilevato che nessuno obbliga l’Italia ad adottare un modello germanico dove i partiti della Grande Coalizione, Cdu e Spd in primis, da lustri governano insieme il Paese. Cosa ben diversa se nascesse una coalizione tra M5S e Lega, o M5S e Pd, poco importa.

Rileva che insieme non hanno mai preso nemmeno un caffè o guidato anche la giunta di un piccolo Comune. L’intesa tedesca per di più, che ha necessitato di oltre cento giorni per essere ratificata, verterà sostanzialmente su due cardini: tetti all’immigrazione e riduzione delle tasse attraverso l’utilizzo del surplus di bilancio che si aggira intorno ai 45 miliardi di euro. Esattamente i temi che hanno scaldato la nostra campagna elettorale e che ora sono spariti dai radar delle consultazioni al Quirinale.

Da noi per la flat tax o il reddito di cittadinanza occorre aumentare il deficit. Per quanto riguarda poi il secondo motivo per cui è difficile rifarsi a Berlino, occorre ricordare che oggi in Italia ci si illude che un concreto aiuto alla gestione dei flussi migratori arrivi dall’Unione Europea o da nuovi accordi con la Francia e che si possano ridurre le imposte facendo più debito, elementi che dovrebbero poi trovare spazio nel contratto all’italiana. Su questo fronte tutto tace a Bruxelles e l’irruzione dei gendarmi francesi a Bardonecchia ha spento ogni speranza di mettersi in marcia con Emmanuel Macron. Un po’ poco per immaginare di avere la stessa capacità di penetrazione tedesca nei gangli dell’eurobucrazia.

Il terzo elemento che ci differenzia totalmente dai tedeschi è infine la gestione dei conti pubblici. I tedeschi se vorranno ridurre le imposte sono del tutto autosufficienti. Non dovranno chiedere il permesso a nessuno, Commissione Ue compresa. Tanto hanno risparmiato, grazie anche alle mani libere sul surplus di bilancio, tanto spenderanno. Il nodo è come al solito il debito e non solo perché shuld in tedesco significa anche colpa, cosa che nella nostra concezione trova ben altri spazi e non solo nella Treccani. Una riapertura del mercato secondario dei bond sovrani, di fatto finora congelato dal Qe della Bce e un conseguente ineluttabile aumento del costo del denaro, avrà infatti maggiori effetti proprio sull’Italia e il suo debito, il quinto al mondo (4,6% del totale) dopo Germania (4,81%), Cina (6,25%), Giappone (19,99%) e Stati Uniti (29,05%). L’Istituto Bruegel ha calcolato che un rialzo dei tassi sarà più gravoso per il Belpaese rispetto a Francia e Germania, i cui debiti sono più alti in valore assoluto ma sono più appetibili per via del rating e di affidabilità sui mercati.

Questo significa che nella prossima manovra economica per il 2019 il governo che uscirà (se uscirà) dalle consultazioni al Quirinale e dagli accordi tra i partiti, dovrà considerare almeno un paio di miliardi di euro in più di spesa per interessi. Altro che tagliare le tasse e aumentare le pensioni. Basti pensare che nell’arco della legislatura che si è appena conclusa, il debito è aumentato di 300 miliardi di euro e le premesse non sono di un cambiamento di rotta. In tale difficile contesto, risulterà impervio abbassare le tasse aumentando il debito, pretendendo poi di convincere chi, come i tedeschi, fa la stessa cosa usando però il surplus di bilancio. Contratti di governo in stile Buffetti non potranno prescindere da questa presa di coscienza: c’è chi è proprietario del proprio destino e chi invece è solo in affitto. La differenza tra Italia e Germania.

(articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)

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