Economia

Tim, ecco chi ha festeggiato, chi ha perso e chi gongola con la vittoria di Elliott contro Vivendi

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Che cosa è successo ieri nell’assemblea di Tim. La vittoria di Elliott. La sconfitta di Vivendi. E chi in Italia festeggia con il fondo Usa per il ribaltone nel consiglio di amministrazione dell’ex Telecom Italia. Fatti, nomi, indiscrezioni e prime reazioni

Festeggiano di sicuro Paul Singer, Roberto Sambuco, Claudio Costamagna e (forse) anche Paolo Scaroni. Non festeggiano di certo Vincent Bolloré e Franco Bernabé. E’ l’estrema sintesi della partita giocata ieri nell’assemblea Tim con il fondo americano Elliott che ha sconfitto i francesi di Vivendi. Ecco il punto della situazione.

CHE COSA E’ SUCCESSO IN ASSEMBLEA

Il fondo attivista Elliott con meno del 9% ha vinto la sua sfida contro Vivendi che conta per quasi il 24%, con l’appoggio determinante di Cassa Depositi e Prestiti salita alla soglia del 5% e degli investitori istituzionali: a favore il 49,84% del capitale presente in assemblea contro il 47,18% raccolto dai francesi. Se si toglie Vivendi ed Elliott, e anche Cdp, la lista Elliott ha ricevuto il triplo dei voti di quella di Vivendi.

CHI HA SOSTENUTO VIVENDI

Vivendi ha ottenuto i consensi dei gruppi finanziari francesi, come ampiamente previsto alla vigilia: c’è da dire che complessivamente la sua lista ha ottenuto l’ 11% dei voti dei presenti. A favore ci sarebbe stato il voto dei fondi Amundi, di Rotschild e della Caisse des Dépôts et Consignations, la Cdp transalpina, ha sottolineato Repubblica, anche su spinta di ambienti governativi francesi. “A dimostrazione che i guai giudiziari di Vincent Bolloré in Francia, non hanno alla fine sottratto l’appoggio del governo a Vivendi”, ha scritto oggi il Sole 24 Ore. Ma la vera sorpresa, che dovrebbe essere confermata dai dati ufficiali, sarebbe il voto a favore di Norges Bank, braccio finanziario del governo norvegese.

CHI HA APPOGGIATO ELLIOTT

Il fondo americano ha fatto infatti il pieno di consensi tra i grandi istituzionali, italiani ed esteri, ma anche tra i piccoli soci. La Cdp italiana, come era nelle attese, ha portato a sostegno il suo circa 5% di azioni, a dimostrazione dell’appoggio governativo a un board indipendente. Una posizione, quella della Cdp presieduta da Claudio Costamagna, in fase di rinnovo in vista della scadenza del vertice nella prossima assemblea del 20 giugno, controversa e piena di capriole, come ricostruito e approfondimento in questo articolo.

Ma un blocco importante di voti sarebbe arrivato a favore di Elliott dai grandi fondi istituzionali con gestione «passiva», quelli che, come gli Etf, replicano l’andamento di un indice o di un asset class. “Grandi gruppi come Vanguard, BlackRock e State Street, che complessivamente possiedono circa il 7% di Telecom, avrebbero infatti votato a favore del nuovo consiglio di amministrazione proposto dal fondo di Singer”, ha scritto il Sole.

I PROSSIMI PASSI DI ELLIOTT

Il capolista Fulvio Conti, ex amministratore delegato e direttore generale di Enel, è il favorito per la presidenza. La decisione sarà presa nel cda in programma a Roma lunedì prossimo, quando dovrebbero essere attribuite le deleghe all’ad Amos Genish, che dopo il voto ha ricevuto fiducia e attestati di stima sia dai vincitori che dagli sconfitti. Tutte le scelte comunque saranno prese dai consiglieri “in modo indipendente”, assicurano fonti vicine a Elliott, che rivendicano di aver fatto “un’azione da catalizzatore” per “riportare una governance da public company” e “superare i blocchi di interessi”, e negano di voler esercitare un controllo diretto sull’operato degli amministratori perché il fondo attivista di Paul Singer “non sarà una nuova Vivendi”.

IL NUOVO CDA

Nel nuovo consiglio frutto dell’assemblea di ieri ci sono in quota Elliott troviamo Alfredo Altavilla, dirigente Fca e cfo Emea del gruppo auto capitanato da Marchionne, Luigi Gubitosi, ex dg Rai e commissario straordinario di Alitalia, Massimo Ferrari, direttore generale e cfo di Salini Impregilo, e l’economista Paola Giannotti De Ponti, che ha rivestito ruoli nel management di Ubi Banca, Terna e Ansaldo. Gli altri nomi sono quelli di Paola Bonomo, Maria Elena Cappello, Lucia Morselli, Dante Roscini e Rocco Sabelli, già dg in Telecom Italia oltre che numero uno di Alitalia. Detto della riconferma di Amos Genish, in quota Vivendi mantiene il posto in consiglio anche Arnaud de Puyfontaine, presidente uscente di Tim e presidente del consiglio direttivo del gruppo francese. Viene invece escluso Franco Bernabé: il vicepresidente uscente ed ex ad di Telecom resta fuori a causa dei vincoli legati alla quota di donne e candidati indipendenti. Per lo stesso motivo non è stato eletto il consigliere uscente Frédéric Crepin, che era tra gli amministratori di cui Elliott aveva chiesto la revoca. Entrano quindi come indipendenti Marella Moretti, Michele Valensise e Giuseppina Capaldo (che per questo lascia il cda di Mps).

GLI SBUFFI DI VIVENDI

“Non e’ stata una vittoria decisa dal mercato” ma “dal fatto che la controllata dal governo Cdp ha votato per un hedge fund americano invece che per un socio di lungo termine industriale. Siamo sorpresi da questo”, commenta Simon Gillham, direttore della comunicazione, l’unico a rilasciare dichiarazioni (prima, durante e dopo l’assemblea) mentre il ceo de Puyfontaine, seduto in prima fila, e Amos Genish sul palco restano con le bocche cucite.

PRECEDENTI

Il fondo Usa in Italia, oltre che sul dossier Ansaldo Sts, ha avuto anche un ruolo della recente compravendita della squadra di calcio del Milan con al centro l’uomo d’affari cinese Yonghong Li, proprio nel corso delle trattative per rilevare il controllo del Milan dal gruppo Fininvest. Rimasto a corto di finanziatori, ha ottenuto da Ellliott un prestito da 303 milioni, Per chiudere l’operazione all’agevole tasso del 9 cento da restituire nel giro di 18 mesi, dando in pegno tutte le azioni del club rossonero. Se Li dovesse fallire, Elliott sarebbe il nuovo proprietario del Milan, da mettere poi all’asta.

LE PAROLE DI SCARONI

Perché si è mosso Elliott? Ecco quello che ha detto lo scorso gennaio Paolo Scaroni: “Sinceramente non penso che Gordon Singer sia interessato a fare il presidente del Milan. Il prestito che Elliott ha fatto al Milan ha tutta una serie di garanzie e qualora non dovesse essere rimborsato nelle scadenze, ci sono delle clausole che possono portare alla cessione del Milan in modo tale che Elliott riporti a casa i suoi soldi. Che poi un fondo americano, che possiede soldi di terzi, mi sembra piuttosto inverosimile”, ha detto Scaroni facendo intendere indirettamente agli addetti ai lavori di essere a conoscenza di strategie e tattiche di Elliott. Anche nel caso di Tim? C’è chi sostiene di sì. “Costamagna e Scaroni sono tra i vincitori della partita Tim”, ha scritto ieri su Facebook il giornalista di finanza, Andrea Montanari.

LE PRIME REAZIONI

L’unico esponente del governo che ha aperto bocca è stato il loquacissimo il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda: “Performance in borsa a parte, è importante che diventi una vera public company, che i conflitti di interesse con gli azionisti non la danneggino più e che si acceleri sulla separazione della rete. Monitoreremo con attenzione, ha twittato Calenda. “Eravamo favorevoli che Cdp intervenisse – ha ricordato anche il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti – in modo che l’Italia non fosse l’unico Paese ad avere due reti, magari parallele, per fare la stessa cosa. Vediamo il futuro cosa ci riserva”. «La vittoria è il risultato di un totale allineamento del mercato e del sistema paese alla strategia in tre punti proposta dal fondo Elliott», ha chiosato Roberto Sambuco, uno dei principali registi dell’operazione e partner di Vitale&C, advisor del fondo Usa.

IL POST A 5 STELLE

Significativo il commento giunto da un esponente di spicco del Movimento 5 Stelle, come il deputato Stefano Buffagni: “Tim è un azienda importante per il nostro paese; l’infrastruttura di telecomunicazioni è strategica e fondamentale. Si tratta dell’autostrada del futuro, e l’obiettivo e’ quello di garantirne governance ad interesse pubblico. Ora arriva il difficile, e l’occhio pubblico dovrà tutelare l’interesse nazionale, la rete con analisi di scenario approfondite senza privilegiare gli speculatori. I risultati delle privatizzazioni dissennate senza una visione sistemica hanno rallentato lo sviluppo del paese”, ha scritto Buffagni (protagonista nei giorni scorsi di polemiche su alcune nomine in società a partecipazione pubblica, fra cui Leonardo-ex Finmeccanica e Saipem) in un post su Facebook. E l’esponente pentastellato quindi aggiunge un post scriptum: “E ora in Mediaset che succederà?”.

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