Economia

Vi spiego i nodi della politica economica da sciogliere per M5S e Lega

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L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia

Il 3 aprile, il Capo dello Stato avvierà le consultazioni per la formazione del nuovo governo. Dopo l’elezione dei presidenti di Senato e Camera, molti si sono chiesti se lo schema adottato, magari con varianti sostanziali, sia replicabile nella costituzione dell’Esecutivo, ricevendo, però, secche smentite dai potenziali partner. Tuttavia si rileva come, quanto meno nelle dichiarazioni pubbliche, i temi cruciali compresi nei programmi rispettivamente dei 5 Stelle e della Lega – il reddito di cittadinanza e la flat tax – siano diventati sussidi alla disoccupazione e abbassamento delle tasse. Non è immaginabile, sia chiaro, un immediato depotenziamento di punti programmatici che hanno concorso ai rispettivi successi. Però si ricava quantomeno un segreto intento di smussare, sia pure nella presentazione al dibattito pubblico, i forti attriti che potrebbero scaturire dal sommarsi di impegni quali, appunto, il reddito di cittadinanza, la flat tax, la soppressione della legge Fornero e l’abolizione del Jobs act.

A questo punto, se effettivamente la strada che i principali partner intendano seguire sia quella di un qualche rapporto tra di loro, allora sarebbe bene che gli aspetti programmatici diventassero la condizione preliminare per proseguire poi in un discorso di schieramenti e di composizione del governo. Depotenziare e attutire i punti di possibile conflitto dovuto all’eccessività delle misure da introdurre non sarebbe affatto facile. Per di più, già nella base dei 5 Stelle si avverte un’insofferenza per l’intesa, ancorché istituzionale e dunque non fuori dalle regole e dalla tradizione, raggiunta per le presidenze dei due rami del Parlamento. Un’analoga reazione comincia a manifestarsi, per motivi uguali e contrari, nel campo della Lega. Su tutto influisce il mutismo del Pd nonché la scelta che sembra avere compiuto di tenersi ai margini, piuttosto che di una semplice conseguenza della linea, imboccata dopo la disfatta elettorale, del tocca-a-loro.

La contraddizione 5 Stelle-Lega, che diventerebbe ancora più evidente nella variante 5Stelle-coalizione di centro destra, potrebbe trovare dunque soluzione con un altro tipo di esecutivo, che parta da un rapporto dei 5 Stelle con il Pd – un Pd che riemerga dal letargo in cui sembra piombato – e con LeU. Oppure, nell’impossibilità di quest’ultima formazione, in un rilancio dello stesso ossimoro, ma sulla base di alcuni precisi e circoscritti punti programmatici, miranti non direttamente alla preparazione di nuove elezioni, bensì, innanzitutto, al varo di ineludibili misure di politica economica. Potrebbe anche arrivarsi a una sorta di Grande Accordo per una Presidenza del Consiglio da attribuire a un soggetto potenzialmente super partes, dunque non ai principali leader dei due schieramenti. Ma l’economia sarebbe la cartina di tornasole, tra vincoli interni ed esterni, della possibilità di procedere oltre e rassicurare le rispettive basi. Innanzitutto, c’è da verificare se la Commissione Ue richiederà, a maggio, una manovra correttiva per 3,5 miliardi che sarebbe opportuno far gestire a un nuovo governo.

Poi occorrerà rivedere il Def che, per ragioni di tempo e a legislazione invariata, sarà presentato verosimilmente a Bruxelles dall’esecutivo Gentiloni; quindi bisognerà avviare la preparazione della legge di Bilancio 2018-19 che dovrà sterilizzare la clausola di salvaguardia relativa all’Iva, prevedere somme per spese indifferibili, accantonare risorse per contratti nel pubblico impiego, arrivando a 20 miliardi (da calcolare quasi automaticamente), mentre secondo altri calcoli l’importo potrebbe raggiungere i 30 miliardi. Ma, proprio perché queste somme sono da appostare in bilancio pressoché obbligatoriamente, un governo che si costituisce dopo il successo elettorale dei partner (o di uno dei partner) non può rinunciare a misure di rilancio degli investimenti e di sostegno all’occupazione, magari mettendo in cantiere per il dopo-legge di Bilancio le maggiori riforme già presentate agli elettori e sulle quali si è detto sopra. Quanto, poi, ciò risulterà compatibile con le regole comunitarie, sarà da vedere.

È difficile che si possa aprire una nuova fase di flessibilità nei conti pubblici, ma certamente occorrerà un’azione nei riguardi delle istituzioni europee per l’allentamento o il superamento di alcuni vincoli, senza che ciò comporti il passaggio a politiche del tutto permissive. Ma è chiaro che la sfida che si profila riguarda soprattutto la crescita, la distribuzione e il lavoro. Pur non potendosi ipotizzare Esecutivi a termine, se l’esperimento ossimoro – ammesso che decolli – o l’alternativa incontrassero limiti insuperabili alla fattibilità, allora sin dall’inizio dello stesso esperimento occorrerà pensare a una nuova legge elettorale, pronta per il ricorso alle urne in tempi magari ravvicinati. Sono, queste, ipotesi dettate da un’oggettiva valutazione della realtà, ma difficili da attuare. Non è da escludere, comunque, che, come la casistica ricorda, emerga una qualche soluzione fin qui non contemplata, magari poggiante sulle non astensioni o sulla non sfiducia alle quali si ricorse nel 1976-77.

Il tempo, tuttavia, non può essere lungo; alcuni osservatori indicano gli inizi di giugno come il tempo massimo per la formazione del governo che sarebbe concesso dal Quirinale, dopodiché sarebbe inevitabile indire nuove elezioni. Fondato o no che sia questo termine, di certo è impensabile soltanto imitare, sia pure parzialmente, il caso tedesco. È una lentezza che i vincitori del confronto elettorale non possono affatto permettersi e non solo i mercati, ma innanzitutto i cittadini, glielo ricorderebbero immediatamente e drasticamente.

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