Economia

Vi spiego perché non mi entusiasma il piano del governo sui fallimenti

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Il commento di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net, sulla riforma dei fallimenti annunciata dal governo Conte

Tra i numerosi proclami lanciati dagli esponenti del “governo del cambiamento”, spiccano quelli del neo-superministro a Lavoro e Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che ha ribadito la sua idea di “protezione” per imprenditori e cittadini. Avrebbe conseguenze piuttosto distruttive, però, ma solo se fermate l’analisi al primo step.

Che disse, quindi, Di Maio? Come riporta oggi Valentina Conte su Repubblica, l’idea sarebbe quella di elaborare una legge, chiamata Bramini non per suggestioni indiane ma dal nome dell’imprenditore brianzolo che sarebbe rovinosamente fallito per ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione, e che Di Maio vuole con sé al ministero come consulente (l’imprenditore in effetti si occupava di gestione dei rifiuti). Non entro, per ora, nella vicenda del fallimento dell’azienda di Bramini né di quello che è accaduto dopo, col suo dissesto personale. Ci sarà modo e tempo. Quello che ora mi preme segnalare è il tipo di legge che Di Maio vorrebbe realizzare:

«Due i principi ispiratori della legge. Primo, chi ha un credito nei confronti dello Stato (Sergio Bramini ne vantava uno, mai rientrato, da 4 milioni) non può fallire. Secondo, rendere impignorabile la prima abitazione, in tutti i casi (al contrario della villetta di Bramini, ipotecata per pagare gli stipendi ai 32 operai e poi pignorata). Infine proteggere anche i macchinari dati a garanzia dei prestiti bancari, destinati a svalutarsi nelle aste al massimo ribasso, se l’imprenditore non riesce a ripagare il debito»

Andiamo con ordine. Sul primo punto, la soluzione è di una semplicità estrema: basta rispettare i termini di pagamento previsti dalla direttiva europea recepita anche dal nostro paese. Per procurarsi quei soldi va emesso debito pubblico e non mini-Bot, comunque, e in caso serve anche allentare la disciplina delle compensazioni di crediti e debiti fiscali, riducendo gli steccati tra tipologie dei medesimi.

Secondo punto: rendere impignorabile la prima abitazione. Niente meno. Ricordando l’attuale regime di esecuzione sulla prima casa sappiamo che, ad oggi, l’unico soggetto che non può procedere al pignoramento è l’agente della riscossione, cioè la longa manus del Fisco. La norma, incluse precisazioni successive della Cassazione, riguarda l’immobile adibito ad abitazione di residenza, che non sia di tipologia catastale A1 (lusso), A8 (villa), A9 (castello), ed il soggetto che abbia debito col fisco per almeno 120.000 euro. Per debiti compresi tra 20.000 e 120.000 euro, l’agente di riscossione può iscrivere ipoteca sull’immobile e mettersi in scia dell’azione di esecuzione realizzata da privati, quali le banche ed altri finanziatori.

Quindi, ad oggi, le banche possono procedere a pignoramento della prima casa. Forse Di Maio punta a bloccare proprio loro? Ovvio che sì. Se le cose andassero così, che farebbero le banche che erogano mutui prima casa? Semplicemente, smetterebbero di farlo oppure chiederebbero garanzie mobiliari, reali e personali tali da rendere pressoché impossibile ottenere credito per quella finalità.

Aggiungiamo anche il terzo punto vagheggiato da Di Maio: proteggere i macchinari dati a garanzia dei fidi, rendendoli impignorabili. Anche qui, stesso discorso: le banche chiederebbero altre garanzie all’imprenditore, ammesso e non concesso che egli sia in grado di produrle. Risultato finale? Una stretta creditizia senza precedenti ed il crollo dell’economia italiana per effetto di alcune unintended consequences che anche un idiota riuscirebbe a prevedere.

(estratto di un articolo pubblicato su Phastidio.net)

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