Economia

Tutte le nuvole sul cielo dell’economia mondiale

di

L’analisi di Fedele De Novellis, responsabile di Congiuntura Ref

Dopo un 2017 in rafforzamento e un inizio d’anno con i principali indicatori congiunturali orientati in una direzione favorevole, il 2018 avrebbe dovuto essere un anno di crescita tutto sommato garantita, e di avvio della fase di normalizzazione delle politiche monetarie. Negli scenari macroeconomici formulati nei mesi scorsi l’attesa prevalente era quella di una fase di crescita condivisa dalle maggiori aree dell’economia mondiale, associata a un moderato aumento dell’inflazione. La ripresa avrebbe portato un graduale superamento delle politiche monetarie non convenzionali prevalenti negli ultimi anni. In alcuni casi, come per gli Stati Uniti, i tassi d’interesse avrebbero continuato ad aumentare, mentre in altri, come per l’eurozona, i primi rialzi si sarebbero materializzati nel corso del 2019.

Tali andamenti sono incorporati nei quadri di previsione presentati a inizio anno dai maggiori organismi internazionali. Anche le banche centrali hanno mostrato di condividere uno scenario di crescita moderata accompagnata da una graduale normalizzazione dello scenario dei prezzi. La Federal Reserve negli scenari più recenti diffusi a fine marzo ha indicato una crescita del Pil del 2.7 per cento nel 2018 e del 2.4 nel 2019 (le previsioni dei membri del Fomc si riferiscono alla variazione tendenziale dell’ultimo trimestre) a fronte di un’inflazione stabile al 2 per cento.

La Bce, nelle previsioni formulate lo scorso mese di marzo ha indicato l’attesa di una variazione del Pil dell’eurozona del 2.4 per cento quest’anno e dell’1.9 il prossimo, a fronte di un’inflazione al consumo che si posizionerebbe all’1.4 per cento in entrambi gli anni. La banca centrale, quindi, pur incorporando un quadro di crescita che si protrae, anche se con una decelerazione nel 2019, non ritiene di essere in grado di ricondurre il prossimo anno la dinamica dei prezzi in prossimità degli obiettivi. I rischi dello scenario del 2018 sono d’altra parte strettamente legati alle caratteristiche della crescita osservata nel corso del 2017, sostenuta da condizioni finanziarie estremamente favorevoli, e legate in buona misura all’impatto delle politiche monetarie sui prezzi delle attività finanziarie, azioni e obbligazioni. Poiché il quantitative easing opera soprattutto attraverso la rivalutazione dei prezzi delle attività finanziarie, il superamento della fase di politiche monetarie espansive potrebbe comportare effetti avversi proprio sui prezzi delle attività finanziarie.

Non è quindi motivo di sorpresa il fatto che l’esuberanza dei mercati del 2017 abbia fatto posto a inizio 2018 a un periodo più difficile. Le tensioni sono partite a inizio febbraio, innescate da alcuni timori, a dire il vero parecchio esagerati, di accelerazione dei salari negli Usa. Da allora sui mercati ha prevalso una elevata volatilità. Sebbene le recenti tensioni sui mercati azionari appaiano come un fatto fisiologico, soprattutto tenendo conto degli ampi guadagni degli anni passati, non deve essere esclusa l’eventualità che anche dal punto di vista degli andamenti congiunturali la fase migliore sia adesso alle spalle. Soprattutto, ci si deve chiedere se la decelerazione della crescita attesa, soprattutto nei dati del 2019, non possa risultare più accentuata, al punto da indurre anche a rivedere i programmi delle banche centrali. Ad esempio, la Fed potrebbe arrestare la fase di rialzi prima di quanto attualmente ci si attenda, mentre la Bce potrebbe mantenere i tassi invariati anche tutto il prossimo anno. Una rassegna degli andamenti delle ultime settimane può quindi aiutare a capire se siamo semplicemente in una fase di assestamento dei mercati dopo una lunga fase di guadagni, oppure se effettivamente il periodo migliore, anche dal punto di vista della crescita, sia oramai alle nostre spalle.

(estratto dall’ultimo report di Congiuntura Ref)

 

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