Economia

Lobbying, le regole e il governo in fieri

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L’intervento di Francesco Schlitzer, managing partner di Vera

Nel contratto di Governo tra M5S e Lega c’è un capitolo dedicato alla lotta alla corruzione. E immagino che si voglia affrontare anche il tema della regolamentazione del lobbying che negli anni ha guadagnato sempre più attenzione, anche se con scarsi risultati. I tentativi intrapresi nelle ultime legislature sono state proposte legislative decontestualizzate dalla nostra architettura istituzionale. Ciò è avvenuto nella convinzione che una legge ad hoc potesse limitare i fenomeni corruttivi che si annidano in qualsiasi rapporto intermediato. Per tale ragione, e non solo, le varie proposte si sono limitate a regolare aspetti come: la definizione dell’attività, l’iscrizione a registri, la rendicontazione – più o meno dettagliata – sino al rilascio dei pass di accesso ai Palazzi. Un po’ come tappare un buco in un colapasta.

Regolare l’attività di lobbying senza pensare a come inserirla in maniera organica nel nostro sistema costituzionale è inutile. Il diritto di partecipare alle decisioni pubbliche ha infatti bisogno della fondamentale pre-condizione che il sistema istituzionale abbia un quadro procedurale semplice e ben definito. Che regoli i rapporti tra privati e politica, che riduca al minimo le asimmetrie informative, che preveda fasi di consultazione pubbliche ed aperte a tutti, che indichi tempi e modalità di partecipazione certe e, da ultimo, che si doti di poche regole sulla chiarezza dei testi normativi. Perché non c’è niente di meno trasparente ed escludente dello scrivere norme illeggibili, alle quali contribuiscono anche i lobbisti; qualcuno ahimè facendosene vanto.

La rappresentanza di interessi fin da come ce l’ha descritta Tocqueville è sempre stata intesa soprattutto come il fondamentale diritto ad essere ascoltati e rappresentati. Diritto di qualsiasi soggetto, inteso sia come singolo che come gruppo sociale, che non prevede limitazioni o distinzioni per essere esercitato. Si pensi all’interesse specifico di una famiglia che lotta per avere accesso alle cure di una patologia rara per il proprio figlio. O ad un abitante del quartiere Tamburi di Taranto che ha il medesimo diritto di accedere e partecipare alle discussioni sul futuro sviluppo industriale della città quanto quello del management dell’ILVA. I vari tentativi perseguiti, nel desiderio di mondare l’arena politica, hanno dimenticato del tutto che i nostri padri costituenti avevano indicato, in diversi articoli della nostra Costituzione, la piena costituzionalità di questo diritto partecipativo. L’attività di lobbying pertanto non ha alcun bisogno di essere legittimata, è già nella nostra Carta. E non ha rilevanza se si è lobbisti di professione o per specifica e saltuaria necessità.

Mi auguro, quindi, che il nuovo governo non si limiti alla questione del Registro dei lobbisti, come fosse l’elemento centrale per arginare la corruzione. La registrazione ha un senso solo se consente una partecipazione meglio organizzata ma non può diventare né una licenza ad escludendum né un indice deontologico. D’altronde nessun registro ha impedito e neppure ridotto il realizzarsi di comportamenti illeciti.

Il nuovo governo dovrebbe invece impegnarsi ad un vero e profondo processo riformatore. Oggi siamo bombardati da migliaia di provvedimenti inutili di cui ne disconosciamo l’effettività. Non riconosciamo più l’autorevolezza dell’istituzioni, tantomeno quella dei suoi rappresentanti.

Di fronte ad una società sempre più aperta e dispiegata, sempre più informata e/o disinformata ci vuole quindi un cambio di paradigma per adeguare il diritto partecipativo all’interno del quadro costituzionale, affinché la partecipazione sia realmente democratica e trasparente.

Abbiamo bisogno di dare risposte ai cittadini che chiedono soluzioni tempestive ma anche qualità e soprattutto condivisione delle scelte politiche e quindi delle leggi. Di questo se ne sta occupando Italia Decide, il think tank fondato da Luciano Violante, che – con metodo – sta lavorando ad un ampio rapporto sul tema della rappresentanza. Non resta, quindi, che aspettare e vedere se i frutti di questo lavoro possano essere presi in considerazione nella prossima legislatura.

Magari si riesce ad uscire da questo sguardo miope e ci si accorge che se oggi oltre 130 nazioni hanno sottoscritto il Trattato per l’abolizione dell’utilizzo di armi nucleari questo lo si deve alla partecipazione attiva di una lobbista, Beatrice Fihn, premio premio Nobel per la pace.

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