Economia

Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e non solo. Ecco quanto pesano i fondi esteri nelle banche italiane

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Perché le banche sono indispensabili e fondamentali infrastrutture finanziarie. L’analisi di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale dell’Associazione nazionale fra le banche popolari

Le banche italiane non sono affatto l’anello debole del nostro sistema economico ma, al contrario, possono essere considerate, a tutti gli effetti, infrastrutture finanziarie indispensabili per il Made in Italy. Ad affermarlo non è più soltanto chi opera all’interno dello stesso sistema bancario ma anche autorevoli commentatori che, finalmente, escono allo scoperto rompendo una coltre di opacità fondata essenzialmente su luoghi comuni che, negli ultimi anni, avevano offuscato una intera categoria considerata, soprattutto all’estero, un problema da risolvere più che una risorsa.

La verità, dunque, è diversa da come è stata raccontata e ora sta emergendo. Servirà a qualcosa o è ormai troppo tardi? Le tendenze in atto nel mercato degli intermediari finanziari a livello globale vanno in direzione di una nuova andata di operazioni di M & A bancarie. E’ possibile invertire questo processo?

Non è più un mistero che le banche italiane siano appena entrate in uno “stato di benessere” che le rende di nuovo molto appetibili e funzionali e operazioni di fusione e accorpamento che i grandi player globali, società finanziarie, fondi, grandi banche, hanno messo o stanno mettendo in atto continuando ad accrescere la loro dimensione. La tendenza, iniziata nella seconda metà del 2007 con la crisi finanziaria, sembra destinata a non avere pause.

La regolamentazione finanziaria, infatti, pur rendendo più difficili e complesse le operazioni di M&A, in particolare quelle transfrontaliere, tende a spingere gli intermediari in questa direzione in quanto uno dei pilastri principali su cui sono stati fondati i nuovi framework è proprio quello di una ricerca di più elevati livelli di redditività.

Si annuncia, allora, una nuova ondata di operazioni di fusioni e acquisizioni, particolarmente in Europa dove, attualmente, solo HSBC si colloca tra i primi 10 global player – come risulta dalla classifica Top 1000 World Banks 2017 di The Bunker – mentre gli USA, nella Top 10, hanno quattro intermediari: JPMorgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo.

Per quanto riguarda l’Italia, in questi giorni, il FT ha riportato la notizia che UniCredit (al 45° posto nella Top 1000) e la francese Société Générale (al 24° posto) hanno avviato una riflessione che dovrebbe portare a considerare un’operazione di fusione che segue altri rumors su un possibile accordo tra Barclays (18° posto del ranking) con Standard Chartered (38° posto). Considerando la variabile capitale dei singoli player interessati a queste operazioni, si arriverebbe a due grandi banche europee a ridosso dei primi 10 player mondiali.

Le fusioni bancarie sono piene di rischi come ha dimostrato la vicenda della britannica TSB con i problemi registrati nel migrare i propri sistemi informativi dal precedente proprietario Lloyds a quelli del nuovo, lo spagnolo Sabadell. Ma questi rischi non scoraggiano certo i CEO di tutto il mondo. La forza trainante verso nuove operazioni di M&A, rappresentata dal tentativo di creare rendimenti più elevati, in un settore in cui i profitti sono stati sottoposti a forti pressioni nel corso della crisi, è ben più forte di qualsiasi problematica di IT o di normativa regolamentare.

Gli analisti, dal canto loro, sin dall’inizio della ripresa, condizionando fortemente anche i regulators, chiedono un ulteriore consolidamento fra intermediari in Europa giustificandolo con la considerazione certo astratta che la presenza di banche transfrontaliere potrebbe rafforzare l’unione bancaria e la moneta unica. Così, anche le autorità deputate alla regolamentazione dell’UE spingono gli intermediari verso iniziative per trattare esposizioni transfrontaliere simili a quelle nazionali e per istituire un sostegno comune al Fondo di risoluzione unico.

Tutto sembra, allora, procedere verso nuove e maggiori M&A europee. Ma come si concilia questa “corsa alle fusioni” con l’economia reale? Con lo sviluppo e con l’occupazione? Se – tornando alle considerazioni di partenza – le banche, le singole banche con le proprie diversità strutturali e dimensionali, “infrastrutture” necessarie a finanziare le imprese, soprattutto le piccole e medie imprese che hanno permesso al Made in Italy di resistere alla crisi, se quelle banche vengono assorbite da giganti finanziari o evolvono verso dimensioni tali da ricadere direttamente sotto la vigilanza di Francoforte, quale sarà il futuro dell’economia reale del nostro Paese? Chi definirà gli assi strategici della politica economica e industriale decidendo a chi e come dare credito?

Può essere utile, a tale proposito, avere chiara anche la consistenza – e di conseguenza il peso – dei fondi esteri nelle banche italiane. In Intesa Sanpaolo, Unicredit e Banco-Bpm, già oggi, supera il 30%; in Bper il 20%; in Ubi, Banca Popolare di Sondrio e Creval è al di sopra del 10%. Sono, queste, le 7 banche che concentrano nello loro reti oltre il 70% del credito alle imprese e alle famiglie del nostro Paese!

Che il tema venga posto, che ci sia una presa di coscienza e che si apra una riflessione sulla direzione nella quale si sta andando e, soprattutto, delle inevitabili conseguenze sul piano economico, sociale e occupazionale è un fatto importante. Forse non è troppo tardi. Forse la crisi dalla quale stiamo uscendo ha insegnato che lo spostamento degli investimenti dall’economia reale alla finanza, la creazione di grandi e ingovernabili global player con la cancellazione di intermediari di prossimità e di territorio può, rapidamente quanto drammaticamente, produrre una desertificazione dell’economia reale dalla quale, questa volta, sarà molto difficile se non impossibile uscire.

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