Economia

Tutti i comandamenti scricchiolanti della Bce di Draghi

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L’analisi dell’editorialista Angelo De Mattia sulle prossime mosse della Bce presieduta da Mario Draghi

Parla anche e soprattutto all’Italia l’analisi della Bce esposta nella conferenza-stampa del 26 aprile dal presidente, Mario Draghi. Soprattutto a causa delle difficoltà della formazione del nuovo governo e della conseguente impossibilità, per ora, di varare un organico piano di politica economica e di finanza pubblica.

La politica monetaria può molto, ma non certamente tutto, come tante volte è stato ripetuto. Essa non può supplire alle carenze delle altre politiche. La linea della Bce consiste nella prosecuzione della politica delle tre P: Pazienza, Prudenza e Perseveranza; dunque, per ora, stanti le incertezze a livello globale e nell’area, non può essere delineato il sentiero che si imboccherà, se così accadrà, dopo il prossimo mese di settembre quando potrebbero terminare gli acquisti di titoli pubblici. Il fatto è che la crescita, pur solida, comincia a mostrare segni di moderazione, mentre l’inflazione per ora sale troppo lentamente.

A questo punto, la politica monetaria non potrà non continuare a essere espansiva e fondarsi sul mantenimento per un lungo periodo degli attuali livelli dei tassi di interesse di riferimento. Le tre P sono essenziali per raggiungere gli obiettivi, anche se è da molto tempo che a esse la Bce fa riferimento, con il rischio che se ne logori l’efficacia, pur essendo difficile trovare vie alternative. L’essenzialità riguarda soprattutto l’inflazione che deve essere ricondotta al livello intorno, ma sotto il 2% assolvendo in tal modo l’unico mandato imperativo che il Trattato e lo statuto conferiscono alla Banca centrale ai fini del conseguimento della stabilità monetaria.

È, questa, l’arma più potente in mano a Draghi per contrastare le critiche che vengono soprattutto da diversi ambienti tedeschi, dimentichi che solo pochi giorni or sono il ministero delle Finanze ha messo in evidenza come dalle misure non convenzionali di politica monetaria e, in specie, dal Quantitative easing, lo Stato abbia registrato un minore onere per gli interessi corrisposti sui titoli pubblici, i Bund, di oltre 160 miliardi. Abbandonare oggi la linea espansiva si tradurrebbe in un evidente comportamento illegittimo, oltreché gravemente errato in base ai canoni dell’azione del banchiere centrale.

Ma resta il fatto che è una fase da affrontare con cautela, come ha detto Draghi, anche perché ancora non è sufficientemente chiaro se i problemi provengano dalla domanda oppure dall’offerta, mentre oggettive sono le preoccupazioni che nascono dal rischio che l’introduzione di tariffe e dazi da parte dell’amministrazione Usa, per ora non applicati, possano poi provocare guerre commerciali in un contesto in cui non mancano di certo altri rischi geopolitici. Pretendere annunci, in queste settimane, sul che fare relativamente all’acquisto dei titoli in relazione alla prevista scadenza , come vorrebbero alcuni giornali tedeschi, equivale a non rendersi conto delle difficoltà con le quali, ancorché in una situazione ben diversa da quelle vissute nelle crisi subite, occorre confrontarsi.

Ma spetta agire non solo alla politica monetaria; debbono operare la politica economica e di finanza pubblica, a livello europeo (per quegli aspetti di relativa, benché limitata, competenza) e a livello nazionale, agendo con le riforme di struttura (l’aspetto che, appunto, induce a concentrare l’attenzione sull’offerta).

E qui viene in ballo la situazione italiana. La crescita del pil prevista dal Def (1,5%, 1,4 e 1,3, per gli anni 2018 e i due seguenti) non è sufficiente per un calo del debito che risponda alla normativa comunitaria; ma non è sufficiente, prima ancora della rispondenza a impegni europei, per le esigenze del Paese, innanzitutto per l’occupazione: crescita e investimenti sono cruciali. Il Def è stato redatto a legislazione vigente, sicché in esso manca tutta la parte programmatica e propulsiva che implica scelte effettuabili solo da un governo che sia nella pienezza dei poteri, il quale abbia, in particolare, la potestà e la responsabilità di scelte fondamentali, a partire dalla sterilizzazione della clausola di salvaguardia riguardante l’Iva e dal varo di politiche strutturali in raccordo con le istituzioni europee.

Lo scudo della politica monetaria non è stato accantonato, ma deve mettersi in conto che alcune misure straordinarie potranno avere fine entro l’anno. Una cosa, infatti, è confidare nella protezione di tale scudo per alcune settimane ancora, altra cosa è cullarsi nell’idea di una impossibile tutela di lungo termine, altra ancora è non darsi carico delle implicazioni che la cautela e le preoccupazioni manifestate dal banchiere centrale determinano. Insomma, da Francoforte viene un messaggio congiunto di non abbandono, per ora, delle difese, ma al tempo stesso di sollecitazione ad agire con la leva della politica economica, senza attendere, magari, settembre per rivedere il Def, superando la sua redazione a legislazione vigente e affrontando la parte programmatica.

Un esecutivo che, come extrema ratio, fosse di necessità costituito con l’intento, benché non formalizzato, di andare presto a nuove elezioni – magari riformando l’indecente legge elettorale, se ci si riuscirà – difficilmente potrebbe ritenersi in grado di corrispondere all’esigenza di misure adeguate di carattere economico e sociale. Tutto verrebbe rinviato a dopo la nuova tornata elettorale, con le conseguenti gravi incertezze. I mercati finora non hanno reagito negativamente, in parte perché si è messa in conto la laboriosità della costituzione di un nuovo governo, in parte perché verosimilmente si ritiene che, pur non trattandosi di tempi brevissimi, si sarebbe ancora in un ritardo fisiologico.

Ma è una bonaccia che non potrà durare indefinitamente e, dunque, sarebbe un grave errore immaginarne una lunga prosecuzione facendo conto su tale momento non ostile. Si passi, dunque, subito, nel confronto tra 5 Stelle e Pd, a discutere dei programmi, dei contenuti delle politiche, delle rispettive proposte, piuttosto che indugiare interrogandosi se partecipare o no a un tale confronto o se porre ex ante problemi di assetto e di guida dell’eventuale nuovo esecutivo.

Se si pensa, magari da parte del Pd, che il fallimento eventuale della costituzione di un esecutivo colpirà solo i cosiddetti vincitori delle elezioni del 4 marzo, vuol dire che si è persa ogni capacità di analizzare lucidamente la situazione e di coglierne gli sviluppi. Intanto l’azione, le attese e le preoccupazioni della Bce dovrebbero essere una sferzata perché si dismettano atteggiamenti, a seconda dei casi, dilatori, tattici, aventiniani o propri di una campagna elettorale che sembra non ancora cessata.

(articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)

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