Economia

Vi spiego le conseguenze della fine del bazooka Bce per l’Italia

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Il Taccuino di Gianfranco Polillo fra politica e mercati con un focus particolare sulla fine del Qe della Bce di Draghi

Dopo i brindisi di ieri è giunto, forse con un certo anticipo, il momento della riflessione. Per tutta la giornata sembrava che la Borsa italiana potesse andare meglio delle consorelle estere: poche mosse. Ed invece dopo aver messo a segno un rialzo superiore all’1 per cento, l’indice generale è ripiegato, con un piccolo guadagno dello 0,15 per cento. Che la riallinea alle altre Borse europee sulle quali non ha fatto presa lo storico incontro tra Donald Trump, e il leader sudcoreano, Kim Jong-un. Andato meglio del previsto.

L’ACCORDO TRUMP-KIM

Pochi mesi fa il mondo sembrava sull’orlo di un conflitto senza precedenti. Oggi, gli antagonisti di ieri, quasi si abbracciano, facendo tirare un generale sospiro di sollievo. Pura schizofrenia politica. C’era poi un’altra incognita, legata alle decisioni che proprio domani prenderà la Fed americana. Sull’altra sponda dell’Atlantico si teme che vi possano essere sorprese negative relative al possibile aumento dei tassi di interesse.

LE PROSSIME MOSSE DELLA BCE

In Europa, del resto, prevalgono le stesse incertezze. Dopodomani sarà la volta del board della Bce, che dovrà decidere sul quantitative easing. Su come e quando riporre quel bazooka, che Mario Draghi aveva posto al servizio di un’Europa, scossa dal vento della crisi. Attualmente la Bce compra 30 miliardi di titoli al mese. Una delle ipotesi è che questi acquisti potrebbero essere portati avanti fino a settembre, per poi calare progressivamente fino all’azzeramento di fine anno.

GLI EFFETTI PER L’ITALIA

Con quali conseguenze per l’Italia? Secondo le valutazioni dell’Ufficio parlamentare del bilancio, nel 2019, gli investitori dovranno assorbire 200,9 miliardi di euro in titoli del debito pubblico a medio e lungo termine: 30,6 miliardi in più rispetto al 2018. Un aumento, pari al 18 per cento, che rimarrà tale solo nell’eventualità che si rispettano i tendenziali di finanza pubblica indicati nel quadro tendenziale elaborato dal Governo Gentiloni. Qualsiasi sforamento dovrà comportare ulteriori emissioni di titoli.

DOSSIER TITOLI

Pur con queste avvertenze non sarà comunque un’impresa facile. I titoli da rinnovare, nel 2019, compresi quelli a breve, ammontano a circa 380 miliardi. Più o meno gli stessi livelli di quest’anno. Periodo in cui la Bce, per effetto del quantitative easing, ha assorbito circa il 45 per cento dei titoli a lungo termine. Nei prossimi mesi, salvo quanto la stessa Bce potrebbe decidere nella riunione di domani, gli acquisti saranno ancora pari a 15 miliardi al mese. Da gennaio, invece, vi sarà solo il reinvestimento. Per queste ragioni la domanda di titoli subirà una contrazione e quindi sarà necessario un maggior impegno per la loro collocazione sul mercato. Si calcola che i soli reinvestimenti saranno pari al solo 9 per cento, contro il 45 del 2018.

LE RAGIONI DELL’ALTALENA DELLO SPREAD

Queste preoccupazioni prospettiche, oltre che la complessa situazione italiana, contribuiscono a spiegare l’andamento dello spread. Che, dopo essersi spinto in area 230 punti, ha terminato a quota 246. Il rendimento del Btp decennale si è attestato al 2,96%. Nel frattempo l’asta dei titoli per le nuove emissioni ha dato risultati che occorre attentamente valutare. La richiesta era di 6 miliardi, da coprire con Bot a 12 mesi. La domanda è stata più che buona, con richieste pari ad 11,7 miliardi. Ma questo squilibrio favorevole non ha consentito di ridurre i rendimenti. Che sono saliti allo 0,55 per cento. Un valore che non si registrava dall’ottobre 2015. In altre parole: l’Italia ha ancora merito di credito. Ma le risorse necessarie deve “pagarle” ad un prezzo maggiore. Un monito per Via XX Settembre.

CHE COSA E’ SUCCESSO IERI IN BORSA

Questa complicata situazione si è riflessa sul listino, con i titoli bancari che hanno più volte cambiato rotta. Muovendosi in sintonia con la dinamica dello spread. Sul finale Bper è salita dell’1,19%, mentre ha perso quota Banco Bpm (-0,76%). Più in generale la metà circa delle blu chips ha chiuso in territorio positivo. Bene le utility, con A2a che ha festeggiato il risultato elettorale a Brescia con un progresso dell’1,6%. Italgas ha messo a segno un rialzo del 2,9% nell’attesa del piano industriale che verrà presentato domani. Si sono inoltre messe in evidenza le Fineco (+4,8%), mentre hanno battuto in ritirata le Prysmian a una settimana dal closing della fusione con General Cable. Sul fronte dei cambi, l’euro per tutta la seduta ha navigato sotto la soglia di 1,18 dollari sopra la quale aveva chiuso la vigilia: vale 1,1784 dollari.

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