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Perché il Messico non è un paradiso per i giornalisti

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Il commento del giornalista Livio Zanotti, già in Rai e alla Stampa, per anni corrispondente dall’America Latina e inviato speciale di esteri

L’accesissima campagna elettorale messicana, che vede favorito per la Presidenza il candidato di centro-sinistra Andrés Manuel López Obrador, segna una sempre più crudele persecuzione dei giornalisti. Alicia Díaz, 52 anni, faceva inchieste sull’economia della regione di Monterrey, il maggiore centro industriale nel nord-est del paese, in cui operano attivamente anche i riciclatori dei proventi del narcotraffico. Ultimamente aveva lavorato a una storia d’investimenti nei prefabbricati per costruzioni, uno dei settori in espansione. Due dei figli l’hanno trovata sgozzata nella sua abitazione, una casa unifamiliare in un quartiere residenziale della città, che conta oltre un milione di abitanti.

Una settimana fa, Juan Carlos Huerta, noto conduttore di programmi televisivi nel meridionale stato di Tabasco, alla frontiera con il Guatemala, è stato ucciso per la strada, soltanto a poche centinaia i metri dalla City in cui hanno sede alcune tra le maggiori società petrolifere messicane. La sua auto è stata affiancata all’improvviso da quella dei killer, che l’hanno mitragliato mentre lui era alla guida. Li ha visti senza aver modo di sfuggirgli. Stava conversando per telefono cellulare, forse è riuscito a dire qualcosa al suo interlocutore. Una scena qualsiasi d’uno dei tanti film di gangster che ogni sera affollano gli schermi televisivi. Un’altra indagine senza fine della polizia.

Con Juan Carlos Huerta e Alicia Díaz, sommano a 143 i giornalisti ammazzati dall’anno 2000, 42 da quando Henrique Peña Netto ha assunto la Presidenza, 6 anni fa. E duemila le aggressioni denunciate nel medesimo periodo dall’organizzazione per la difesa dei diritti civili “Articolo19”. Le reazioni di condanna sono forti, pubbliche ed estese anche nelle zone più conflittive, in cui la presenza delle bande narcos e le vaste complicità di cui godono attraverso una corruzione diffusa rende assai pericoloso manifestarle. Ma il radicamento conquistato nel tempo dalla grande criminalità, il controllo che ormai esercita sul territorio rende estremamente difficile un adeguato contrasto.

I narcos tenterebbero perfino di crearsi un proprio immaginario, che nelle fasce più emarginate della popolazione arriva a scalfire e penetrare quello collettivo. Al pari delle mafie storiche d’ogni paese, hanno infatti bisogno anche di elementi sentimentali per alimentare un’identità e un qualche senso di appartenenza tra i loro scherani, che ormai sommano a molte migliaia. Il denaro e la violenza da soli non bastano rinsaldare la loro fedeltà e assicurare un continuo reclutamento. In un abitato dello stato di Sinaloa, gravemente infiltrato a tutti i livelli dai narcotrafficanti, ultimamente è stato scoperto un murale-vignetta che raffigura Mictecacihuatl, la Signora della Morte nella mitologia precolombiana, le cui saette fiammeggianti sbarrano a figure con telecamere sulla spalla l’ingresso al Mictlán, il paradiso dell’al di là azteca.

 

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