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Il salvataggio a Tham Luang Nang Non: tanta tecnica e un pizzico di fortuna

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Salvati i dodici ragazzi e il loro istruttore dalla grotta Thailandese dove erano rimasti bloccati per 18 giorni

I soccorritori sono riusciti ad estrarre vivi tutti e dodici i ragazzini dagli 11 ai 16 anni e il loro allenatore rimasti intrappolati per più di due settimane nella grotta Tham Luang Nang Non in Thailandia.

Abbiamo vissuto giorni di autentica preoccupazione, durante i quali si rincorrevano le voci più folli: dalle trivellazioni alla cieca di oltre mille metri di roccia, senza sapere se gli scavi avrebbero potuto mai intercettare la grotta di cui non si conosceva il percorso, fino alla ricerca di tutte le capanne dove potevano essere presenti pollai, visto che i ragazzini intrappolati sostenevano di aver sentito … galli che cantavano.

Il premio per l’idea più bislacca è però certamente detenuto da Elon Musk: aveva proposto di creare un tubo d’aria dentro al quale fare circolare i bambini all’asciutto. Gli ingegneri a disposizione dell’irresponsabile miliardario devono aver trascurato di ricordargli che per spostare un solo metro cubo d’acqua, corrispondente a una tonnellata, sarebbe stata necessaria almeno una tonnellata di aria. E che per percorrere almeno tre km in immersione…

Certamente questo intervento entrerà nella storia come uno dei più complessi interventi di soccorso speleologico, forse al secondo posto dopo le straordinarie operazioni guidate dal Corpo Nazionale Socorso Alpino e Speleologico italiano insieme ai servizi di soccorso nazionali della Germania, Austria, Svizzera e Croazia. Nel 2014, infatti, l’intervento congiunto dei cinque servizi di soccorso – per un totale di oltre 800 tecnici – permise di estrarre vivo uno speleologo tedesco gravemente ferito alla testa a ben 1000 m di profondità nella grotta Riesending-Schachthöhle in Baviera.

La tecnica adottata dalla direzione delle operazioni in Thailandia era forse l’unica ragionevolmente possibile. Soprattutto se consideriamo le avverse condizioni metereologiche e il rischio che la stagione dei monsoni, appena iniziata, compromettesse irrimediabilmente le operazioni. Il più che probabile aumento del livello delle acque avrebbe potuto colmare la zona dove si trovavano i giovani speleologi improvvisati oppure lasciarli senza circolazione di aria respirabile.

Per questo, è stato scelto il percorso più ragionevole: i ragazzini sono stati recuperati uno alla volta transitando lungo lo stesso percorso che avevano compiuto a piedi prima delle piogge.

Ogni ragazzino era preceduto e seguito da un esperto speleosoccorritore subacqueo. I tre procedevano assicurati da una fune per non perdere i contatti e per aiutarsi nei passaggi più complessi. Il primo sub portava l’aria respirabile anche per il ragazzino, cui era collegato anche dalla frusta della maschera indossata dal giovane. Il sub che chiudeva la fila aiutava il ragazzo nei passaggi più impegnativi.

La grotta era stata precedentemente “sagolata”: una o più corde ben visibili erano state stese lungo tutto il percorso immerso per guidare i sub nelle condizioni di scarsa visibilità che certamente avranno affrontato, provocate dalle correnti e da sabbia e detriti che saranno stati smossi durante le operazioni.

Tutti i convogli formati da un ragazzino e due sub sono stati sempre assistiti lungo tutto il percorso da altri sub che aiutavano nei punti più difficili (alcuni passaggi erano larghi solo una cinquantina di cm). A intervalli regolari sono state lasciate scorte di bombole pronte per l’uso in caso di guai.

Ora tutta la squadra di calcio dei “Cinghali Selvaggi” è mantenuta sotto controllo medico per assicurare un buon recupero psicofisico ai giovani e – soprattutto – per tenerli lontani dalle orde di giornalisti provenienti da tutto il mondo.

Purtroppo dobbiamo ricordare che, nelle prime fasi concitate e disorganizzate, Saman Gunan, sergente maggiore della Marina militare Thailandese, è morto soffocato mentre collaborava alle operazioni di soccorso.

Prima di partire aveva registrato un video in cui diceva “voglio portare i ragazzi a casa”. Il suo desiderio – e quello degli speleologi di tutto il mondo – è stato esaudito grazie alla professionalità degli speleo soccorritori subacquei intervenuti e a un pizzico di fortuna.

Che, in questi casi, non guasta mai.

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