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Così l’Italia punta sull’energia prodotta dalle stelle

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L’articolo di Matteo Massicci

Lo scorso 17 novembre l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA) ha lanciato una gara pubblica per l’individuazione di un sito in grado di ospitare un centro destinato alla ricerca di soluzioni tecnologiche destinate alla realizzazione di un reattore a fusione nucleare. La costruzione della Divertor tokamak test facility (DTT), questo il nome dell’infrastruttura che nascerà, costituisce uno dei passaggi della strategia che punta a rendere il nostro paese leader nel nascente settore della produzione di energia nucleare pulita derivata da fusione e potrebbe rappresentare una leva per il rilancio della scienza e dell’industria ad alto valore aggiunto del nostro paese.

Coordinato dall’ENEA in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e da alcune università, il nuovo centro scientifico-tecnologico DTT, che si avvarrà di investimenti pubblici e privati per un totale di 500 milioni di euro, rappresenta una delle tappe fondamentali della road map verso la realizzazione di un reattore di nuova concezione che entro il 2050 dovrebbe fornire elettricità costante generata da fusione. Il piano è il frutto di scelte condivise confluite all’interno di EUROfusion, consorzio costituitosi nel 2014 che mira alla costruzione di sistemi per la produzione di energia nucleare pulita e composto da 26 paesi europei, Italia compresa.

A differenza delle centrali termonucleari del passato, a cui il nostro paese ha rinunciato con il referendum del 1987, i reattori a fusione in fase di sviluppo mirano a imbrigliare gli stessi processi fisici che alimentano le stelle, cercando di incanalare e utilizzare l’enorme energia che essi producono, energia priva di sottoprodotti pericolosi come le scorie radioattive. Per rendere possibile ciò sono però necessari tecnologie e materiali in grado di contenere e disperdere le enormi temperature utilizzate per attivare le reazioni nucleari. Grazie all’aiuto di enti di ricerca e delle aziende, il DTT avrà quindi la funzione di assolvere a tale scopo.

Quella italiana non è tuttavia una presenza estemporanea nel mondo della fusione nucleare: l’attività di ricerca svolta dall’ENEA negli ultimi ha contribuito in maniera rilevante all’esperimento ITER (International Thermonuclear Experimental Reactor), reattore che anticiperà DEMO e che si propone di produrre più energia di quanta ne consumi. Inoltre, come riporta il sito dell’ente, “in ITER sono attualmente coinvolte oltre 500 industrie italiane, che si sono aggiudicate gare per quasi un miliardo di euro, circa il 60% del valore delle commesse europee per la produzione della componentistica ad alta tecnologia”.

È quindi chiaro comprendere le motivazioni che hanno già spinto molte regioni a manifestare interesse nei confronti di DTT. Oltre ad avere come scopo primario quello di rendere il nostro paese indipendente dal carbone e da altri fonti di energia impattanti, l’infrastruttura impiegherà oltre 1500 persone altamente specializzate, direttamente e nell’indotto, e avrà ricadute significative sia per la comunità scientifica, in termini di nuova conoscenza prodotta, sia per l’economia e l’industria italiana, che potrebbe beneficiare della tecnologia brevettata diventando leader nl settore dell’energia da fusione nucleare.

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