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Caso Aldo Moro, tutto quello che ancora non torna/3

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16 marzo 1978 – 9 maggio 1978. Quaranta anni fa sembra concludersi uno degli episodi più tragici nella storia della Repubblica. L’approfondimento di Luca Longo. Ecco la terza e ultima parte

(Le prime due puntate sono state pubblicate rispettivamente qui e qui)

Le lettere. Moro scrive 86 lettere durante la prigionia. Sono state esaminate per 40 anni. Leonardo Sciascia per primo ipotizzerà che nascoste nelle parole di Moro ci siano indicazioni su dove si trova. «Io sono qui in discreta salute» del 27 marzo, dove indica alla moglie di essere a Roma. «mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato» inviata a Cossiga, in cui – col senno di poi – sembra specificare che si trova in un piano basso sotto un condominio affollato ma mai controllato che potrebbe essere opportunamente perquisito, e in cui, sempre rivolto a Cossiga, avverte: «che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni.» A buon intenditor…

Gli interrogatori. Ogni giorno Moretti esce da Via Gradoli per andare alla prigione e interrogare Moro. Gli interrogatori vengono registrati e poi sbobinati. Le bobine originali, secondo i brigatisti, vengono distrutte insieme agli originali degli scritti del prigioniero “perché non importanti”. Il presidente DC parla dell’organizzazione Gladio, del Piano Solo (il tentato colpo di Stato del Generale De Lorenzo, capo dei Carabinieri, nel 1964), della connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione, ma anche dello scandalo Italcasse e Caltagirone. Sono esattamente le rivelazioni che le BR cercano e che nei primi comunicati promettono di rendere pubbliche. Ma non manterranno mai la parola e sostengono di aver preferito distruggere tutto “perché non importante”.

I comitati di crisi. Il Ministro dell’Interno Francesco Cossiga nomina già il 16 marzo il «comitato tecnico-politico-operativo», presieduto dallo stesso Cossiga e – in sua vece – dal sottosegretario Nicola Lettieri, di cui fanno parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori del SISMI e del SISDE, al segretario generale del CESIS, al direttore dell’UCIGOS e al questore di Roma. Nomina anche il «comitato informazione», di cui fanno parte i responsabili dei vari servizi: CESIS, SISDE, SISMI e SIOS.

Viene creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato «comitato di esperti». Della sua esistenza si saprà solo nel 1981, quando Cossiga stesso ne rivelerà l’esistenza alla Commissione Moro, senza indicarne le attività e le decisioni. Di questo organismo fanno parte, tra gli altri: Steve Pieczenik (funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano), il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell’Istituto per l’Enciclopedia italiana) e Giulia Conte Micheli. Si avranno le prove che la maggior parte dei membri dei tre comitati sia iscritta alla Loggia P2 di Licio Gelli. Di Pieczenik riparleremo dopo.

Moretti, gioventù di un brigatista particolare. Mario Moretti è il regista del rapimento Moro: partecipa al rapimento, agli interrogatori, all’eliminazione del presidente DC. Una figura particolare. I suoi studi giovanili vengono finanziati da una benestante famiglia nobile fascista, Camillo e Anna Casati Stampa di Soncino. Il 30 agosto 1970 Camillo ucciderà Anna e il suo amante, Massimo Minorenti, poi si toglierà la vita. La loro villa, ereditata dalla figlia Anna Maria, verrà poi venduta per 250 milioni (parliamo di 3500 mq, inclusa una pinacoteca con opere del ‘400 e del ‘500, una biblioteca con 10.000 volumi antichi, un parco immenso, scuderie e piscine) grazie alla decisiva intermediazione del pro-tutore della ricca ereditiera ancora minorenne: l’avvocato Cesare Previti. L’acquirente e “utilizzatore finale” di Villa San Martino è Silvio Berlusconi, ma questa è un’altra storia, torniamo a Moretti. Verrà assunto alla Sit-Siemens nel 1968 grazie ad una lettera di raccomandazione di Anna Casati. Lì conosce Corrado Alunni, Paola Besuschio, Giuliano Isa, futuro zoccolo duro delle Brigate Rosse, l’ala militarista osteggiata da Curcio e Franceschini, contrari alla lotta armata. Moretti il 30 giugno 1971, partecipa con Renato Curcio ad una rapina per autofinanziarsi a Pergine di Valsugana. E’ la sua prima azione all’interno delle Brigate Rosse, è sicuro di sé, pronto a tutto.

Durante il fallito rapimento del politico democristiano Massimo De Carolis, le forze dell’ordine decapitano l’intera classe dirigente delle Br, ma proprio lui riesce a fuggire. Però all’interno del covo che avrebbe dovuto accogliere De Carolis, polizia e carabinieri trovano in una scatola di scarpe le fotografie di Curcio e altri scatti compromettenti. Quella scatola l’ha dimenticata Moretti, che pure assicura i compagni di averla bruciata. E inizia una latitanza obbligata. Nel 1974 vengono arrestati a Pinerolo Curcio e Franceschini, durante un incontro con Silvano Girotto, detto Frate Mitra, infiltrato dai carabinieri. Un incontro al quale avrebbe dovuto partecipare anche Mario Moretti, opportunamente avvertito da una telefonata anonima che gli permette di sfuggire all’arresto. La telefonata arriva ben quattro giorni prima, ma nel frattempo Moretti “non riesce” ad avvisare Curcio e Franceschini.

Moretti, la scalata di un brigatista particolare. Curcio e Franceschini sono fuori dai giochi e le BR virano decisamente verso la linea dura: lotta armata contro lo Stato. In uno scontro a fuoco con i carabinieri durante il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia muore Mara Cagol, mentre Giorgio Semeria rimane gravemente ferito.

Semeria dal carcere riuscirà a scrivere a Curcio per avvertirlo che Moretti è una spia e che Mara Cagol è stata ammazzata quando era già ammanettata e in ginocchio. Moretti è ormai il capo indiscusso delle Brigate Rosse, si trasferisce a Roma e si prepara a gestire la stagione di piombo che culminerà con il rapimento Moro.

Curcio intanto evade dal carcere di Casale Monferrato con una fuga rocambolesca e incontra i nuovi vertici delle BR. Moretti insiste per soggiornare nell’appartamento di Curcio, di cui non conosce ancora l’indirizzo. Solo due giorni dopo, la polizia fa irruzione nell’abitazione del vecchio leader, arrestandolo nuovamente. Confiderà in seguito Curcio a Franceschini “Sono convinto che Moretti sia una spia”.

Moretti, la fine di un brigatista particolare. Il pluriricercato Moretti negli anni successivi va più volte in Francia per incontrare compagni latitanti. Rivelerà questa circostanza durante il processo provocando lo stupore degli altri brigatisti coimputati che non ne sapevano nulla. Ne riparleremo più avanti alla voce Hyperion. Durante il sequestro Moro, viaggia ripetutamente tra Roma e Firenze, sfuggendo a qualsiasi controllo. Il 4 aprile 1981, dopo oltre dieci anni di latitanza, la primula rossa verrà arrestata e condannata a sei ergastoli. Dopo soli 16 anni, nel luglio del 1997, otterrà la semilibertà. Moretti non si è mai pentito, né si è mai dissociato e non ha collaborato con gli inquirenti.

Via Caetani. Le BR telefonano al professor Tritto il 9 maggio alle 12:30 per indicare dove si trova il corpo di Moro. Negli interrogatori successivi diranno di aver lasciato la Renault 4 rossa col cadavere fra le 7:00 e le 8:00 della mattina. L’autopsia rivela che la morte si colloca tra le 9:00 e le 10:00 della mattina stessa. Non si capisce perché attendere oltre quattro ore tra l’abbandono dell’auto e la telefonata. Alcune testimonianze diranno di aver notato la Renault parcheggiata solo a partire dalle 12:30 e non prima.

Informatori e infiltrati. La Commissione Moro ha più volte constato che le BR sono state oggetto di un attento e prolungato monitoraggio da parte degli apparati di sicurezza. Lo confermano, fra le tante prove, la lettera scritta da Duccio Berio nel 1972 al suocero Alberto Malagugini in cui riferisce dei contatti con un appartenente al SID che gli propose di infiltrarsi nelle BR; la vicenda dell’infiltrato Silvano Girotto che nel 1974 fece scattare la trappola per Curcio e Franceschini; l’audizione del giudice Pietro Calogero, che conferma “resoconti periodici di informatori infiltrati” nelle Brigate Rosse e in altre formazioni dell’estremismo di sinistra. Anche se è ragionevole pensare che, dopo la cattura dei vertici delle BR grazie a Girotto, i brigatisti abbiano rafforzato le cautele per evitare ulteriori infiltrazioni, non può non sorprendere che il flusso informativo si sia inaridito proprio nella fase precedente il sequestro di Aldo Moro.

Via Montenevoso, Milano. Il 1 ottobre 1978 i carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa pedinano il brigatista Lauro Azzolini e trovano il covo di Via Monte Nevoso e vi scoprono alcune pagine del memoriale con le trascrizioni degli interrogatori. Il covo viene perquisito per cinque giorni e vi vengono posti i sigilli. Il Senatore Sergio Flamigni, parlando in carcere con Azzolini e Bonisoli, viene a sapere che nel covo avrebbe dovuto trovarsi la trascrizione completa degli interrogatori. Nel 1986 e nel 1988 Flamigni chiede al magistrato competente Ferdinando Pomarici di riaprire il covo e cercare meglio, ma viene rassicurato sul fatto che il covo è stato “scarnificato”.

Un’altra manina. Le carte di Moro ritrovate durante il blitz a Via Montenovoso vengono prelevate e fotocopiate prima della verbalizzazione da parte della Magistratura e poi riportate nel covo, per essere consegnate la sera stessa al generale dalla Chiesa. La seconda sezione civile della Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ha stabilito che il colonnello Umberto Bonaventura del SISDE entra nel covo durante la perquisizione e porta via le carte, restituendole dopo qualche ora, visibilmente assottigliate.

Di nuovo in via Montenevoso. Il 9 ottobre 1990 il proprietario dell’appartamento incarica un muratore di ristrutturarlo. Si scopre che i sigilli posti nel 1978 sono stati rotti. Il muratore toglie sotto una finestra quattro chiodi e un pannello di cartongesso e scopre uno vano contenente un mitra Tokarev avvolto in un giornale del 1978, 60 milioni in contanti, pistole, detonatori e 229 pagine fotocopiate del memoriale Moro. Ma mancano ancora diverse pagine, fino ad ora mai ritrovate.

Carmine Pecorelli. Il fondatore dell’agenzia di stampa OP-Osservatore Politico, diventata rivista settimanale proprio nel marzo del 1978, deve la sua fama (e la sua morte) alle sibilline “profezie” che pubblica. Queste sono frutto di notizie provenienti dalla sua rete di contatti nella politica, nella loggia P2 (di cui fa parte), nei vertici dei Carabinieri e nei servizi segreti.

OP prima. Il 15 marzo, il giorno prima del sequestro, pubblica un articolo che – citando le Idi di marzo e collegandole con il giuramento del governo Andreotti – fa riferimento a un nuovo Bruto.

OP durante. Durante il sequestro è il primo a dichiarare la falsità del Comunicato n. 7. Rivela che all’interno delle BR ci sono due fazioni, i trattativisti e quelli che vogliono uccidere il Presidente DC ad ogni costo, che “gli autori della strage sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello” e non sono gli stessi che tengono prigioniero Moro. E’ il primo a notare che in Via Gradoli tutte le prove che si tratta di un covo sono in bella vista per essere sicuri che non possano sfuggire anche al pompiere più distratto.

Altri bersagli privilegiati di Pecorelli sono Giulio Andreotti, di cui descrive ad esempio i rapporti con cosa nostra, l’imprenditore Nino Rovelli o l’agente del SID Mario Giannettini, o il tentativo di corruzione proposto dal braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, per convincere lo stesso Pecorelli a tacere (30 milioni di lire, prestati da Caltagirone).

OP dopo. Dopo il sequestro, Pecorelli scrive che il “generale Amen” (il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) avrebbe informato il ministro dell’Interno Francesco Cossiga dell’ubicazione del covo in cui era prigioniero. Ma Cossiga non avrebbe “potuto” far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa. Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978, sarà ucciso (profezia poi avveratasi nel 1982) proprio a causa dalle lettere di Moro.

Pecorelli pubblica su OP anche alcuni documenti inediti sul sequestro, comprese tre lettere inviate alla famiglia e dimostra di conoscere l’esistenza del Memoriale mesi prima della prima parte del suo ritrovamento.  Ha evidentemente scoperto alcune verità scottanti, tanto che profetizza anche il suo stesso assassinio. Anche questa profezia si avvera il 20 marzo 1979, esattamente un anno dopo il rapimento Moro e la prima uscita di OP. Ma esattamente il giorno stesso in cui Sandro Pertini avvalla la nascita del quinto governo Andreotti. Il pentito Buscetta dichiarerà che è stato ucciso dalla Mafia con la manovalanza della Banda della Magliana per “fare un favore ad Andreotti”, preoccupato per certe informazioni sul caso Moro.

Hyperion. Il primo a parlare di una centrale eversiva a Parigi è Giulio Andreotti su “Il Mondo” nel 1974: «Sono tutt’ora convinto che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi».

Proprio in quell’anno si sfalda il gruppo estremista guidato da Duccio Berio, Vanni Mulinaris, Corrado Simioni, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti allo scopo di «contribuire alla crescita politica delle masse e alla trasformazione dello scontro in lotta sociale generalizzata». Gli ultimi tre entrano a fare parte delle Brigate Rosse, mentre i primi tre si spostano proprio a Parigi (la Francia riconosce facilmente lo status di rifugiato politico) e danno vita alla scuola di lingue Hyperion (in Quai de la Tournelle, 27).

Alberto Franceschini in Commissione Stragi riferirà che i tre fondatori di Hyperion erano in disaccordo con l’impostazione dei leader storici delle BR guidati da Curcio e Franceschini. Questi consideravano troppo violento il gruppo originale della scuola parigina (soprannominato “Superclan”, ovvero “superclandestino”). I vertici di Hyperion avrebbero mantenuto un legame speciale, invece, con Moretti che faceva parte del Superclan. Questo legame si rafforza proprio dopo l’8 settembre 1974, giorno della cattura dei capi brigatisti Curcio e Franceschini. A quel punto, l’oltranzista Moretti rimane l’unico tra i capi storici brigatisti in libertà.

Durante i 55 giorni, Hyperion di Parigi era strettamente collegata con una scuola francese di lingue con sede a Roma in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani, la via dove sarà rinvenuto il 9 maggio 1978 il corpo di Moro. Il mese precedente il sequestro Moro, Hyperion aveva aperto a Roma un ufficio di rappresentanza in via Nicotera 26 (nello stesso stabile dove si trovano alcune società coperte del SISMI); lo stesso ufficio viene chiuso subito dopo il sequestro.

Corrado Simioni. L’ambiguo fondatore di Hyperion non gode della fiducia di molti estremisti per una serie di comportamenti ambigui culminati proprio con l’arresto di Curcio e Franceschini. Simioni, dopo essere stato espulso da PSI nel 1965 per “condotta immorale”, si trasferisce a Monaco di Baviera ma nel 1967 ritorna a Milano dove lavora per la Mondadori, ma anche per l’USIS (United States Information Service), diretta emanazione della CIA. La sede romana dell’USIS si trova al numero 32 di via Caetani, quasi di fronte al punto in cui sarà parcheggiata la Renault rossa con il corpo di Moro.

Fra le varie ambiguità che portano il nucleo storico e moderato delle BR a dubitare di Simoni c’è il fatto che nel settembre 1970 fornisce a Maria Elena Angeloni e Giorgio Christou Tsikouris esplosivo e timer per compiere un attentato all’ambasciata USA di Atene. L’ordigno esplode anzitempo e i due muoiono.

L’esplosivo e il timer dell’attentato di Atene sono identici a quelli che nel 1972 uccidono Giangiacomo Feltrinelli, proprio mentre sta piazzando un ordigno su un traliccio dell’Enel nelle campagne di Segrate.

Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi per 7 anni, scrive che Hyperion in realtà era il punto d’incontro tra i servizi segreti delle nazioni contrapposte nella Guerra Fredda, necessario nella logica di conservazione degli equilibri derivanti dagli accordi di Yalta. Hyperion quindi sarebbe stato un mezzo per azioni comuni contro eventuali sconvolgimenti dell’ordine stabilito a Yalta. Proprio la politica di apertura al PCI attuata da Moro, poteva considerarsi una minaccia degli stessi equilibri politici consolidatisi fino a quel momento.

Steve Pieczenik. Dopo via Fani Cossiga si fa affiancare da un esperto statunitense: Steve Pieczenik, assistente del Sottosegretario di Stato e Capo dell’Ufficio gestione del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato USA. Ventotto anni dopo, Pieczenik rivela di aver deciso di creare il falso comunicato n. 7, e di aver spinto le Brigate Rosse a uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle, quando ormai era chiaro che i vertici del governo non volevano fosse liberato.

Il ruolo giocato nel sequestro e nell’omicidio, Pieczenik lo descrive benissimo da solo durante una intervista del 2006: «Capii subito quali erano le volontà degli attori in campo: la destra voleva la morte di Aldo Moro, le Brigate rosse lo volevano vivo, mentre il Partito Comunista, data la sua posizione di fermezza politica, non desiderava trattare. Francesco Cossiga, da parte sua, lo voleva sano e salvo, ma molte forze all’interno del paese avevano programmi nettamente diversi, il che creava un disturbo, un’interferenza molto forte nelle decisioni prese ai massimi vertici. […] Bisognava evitare che i comunisti di Berlinguer entrassero nel governo e, contemporaneamente, porre fine alla capacità di nuocere delle forze reazionarie e antidemocratiche di destra. Allo stesso tempo era auspicabile che la famiglia Moro non avviasse una trattativa parallela, scongiurando il rischio che Moro venisse liberato prima del dovuto. Ma mi resi conto che, portando la mia strategia alle sue estreme conseguenze, mantenendo cioè Moro in vita il più a lungo possibile, questa volta forse avrei dovuto sacrificare l’ostaggio per la stabilità dell’Italia»… «Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d’accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate rosse per farlo uccidere. »

Conclusioni (?)

In conclusione, non ho nuove risposte da proporre, o nuove originali tesi da discutere. Questo è solo un breve elenco delle principali lacune e contraddizioni che ancora lasciano nell’ombra quello che è veramente successo in quei 55 giorni che ex brigatisti e Istituzioni dichiarano completamente chiariti.

Da Via Fani in poi, nella migliore tradizione italiana, i depistaggi ad opera di chi voleva nascondere la verità si sono mescolati inestricabilmente agli errori in buona fede, alla cialtroneria di apparati dello Stato, alle invenzioni di persone malate di protagonismo, alle fantasiose teorie dei complottisti per partito preso, pronti a giurare che sotto qualsiasi vicenda oscura ci sia lo zampino degli eterni cattivi del ‘900: i servizi segreti – deviati o stranieri – la P2, la mafia, la banda della Magliana e, naturalmente, Cossiga e Andreotti.

Il guaio è che questo fu il momento cruciale che avrebbe potuto portare l’Italia a camminare sulle proprie gambe affrancandosi dai blocchi contrapposti della guerra fredda. Il cammino che avrebbe portato i cittadini a scegliere ogni volta tra due proposte politiche alternative ma entrambe fondate sull’identità nazionale, sul rispetto reciproco, sugli stessi valori e sui principi della Costituzione. Troppi avevano interesse a mandare fuori strada chi stava compiendo quel cammino, e fra questi è provato che ci furono anche gli eterni cattivi del ‘900: i servizi segreti – deviati e stranieri – la P2, la mafia, la banda della Magliana e, naturalmente, Cossiga e Andreotti.

(3.fine)

(Le prime due puntate sono state pubblicate rispettivamente qui e qui)

(Prima puntata)

(Seconda puntata)

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